Lo confesso: all’inizio è stato strano vedere salire i Judas Priest sul palco dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Uno dei templi italiani della musica classica e, più in generale, della musica colta destinato a essere ricoperto da centinaia di decibel. Un ambiente solitamente compassato invaso da magliette nere con simboli esoterici e popolato da diversi personaggi sopra le righe. Svanito lo smarrimento iniziale, ho pensato che – in realtà – non c’era nulla di strano in tutto questo. Già, perché l’heavy metal è la musica colta di oggi. Un genere che continua ad evolversi, pur rimanendo fedele alle proprie radici. Un tipo di musica che non è per tutti ma che dà a tutti una chance di essere apprezzato. Un universo nato più cinquant’anni fa con un suo pantheon fatto di miti assurti all’eternità. Fra questi vi sono naturalmente i Judas Priest, il cui Faithkeepers Tour 2026 tocca Roma, così come altre città italiane.

A precederli solo i Nevermore, riformatisi lo scorso anno dopo anni di inattività. Il gruppo americano era sempre stato legato alla figura di Warrel Dane, indimenticato cantante dei Sanctuary che formò i Nevermore nel 1992 in piena tempesta grunge. Il gruppo si sciolse nel 2011 e Warrel, ahinoi, ci lasciò nel 2017. Oggi la sua eredità è raccolta dal cantante Berzan Onen. Non avrà il timbro particolare di Dane ma Onen è davvero un signor cantante. Presenza fisica, teatralità, grande estensione vocale e grinta da vendere. Non si capisce come il cantante, originario di Istanbul, sia rimasto sino ad oggi nel semianonimato. Accanto a lui ci sono gli storici Jeff Loomis a Van Williams, chitarrista e batterista di grande impatto che ripercorrono la carriera del gruppo iniziando con gli accenti drammatici di “Narcosynthesis” e la nevrotica “My Acid Words”. Si continua con “Inside Four Walls” e “The River Dragon Has Come” per poi arrivare alla indimenticata “Believe in Nothing” (un po’ la “Nothing Else Matters” dei Nevermore), tratta dal loro quarto album “Dead Heart in a Dead World” del 2000. Il concerto si mantiene su buoni livelli fino alla fine e ci consegna un gruppo ritrovato, anche se non è chiaro quali saranno i suoi passi futuri. Le note di War Pigs dei Black Sabbath introducono la calata dei Judas Priest. La tensione monta con le note dell’intro “Faithkeepers” per poi scoppiare con i primi accordi di “You’ve Got Another Thing Comin’”. Andatevi a riascoltare il brano e ditemi se non è uno dei pezzi migliori per aprire un concerto. Rob Halford tarda qualche secondo a salire sul palco ma poi appare con il suo classico mantello nero. Appesantito dagli anni ma con ancora una grande voce, Rob non ha perso il carisma da “capostipite” del genere e membro originale del gruppo assieme al bassista Ian Hill. Con i grandi classici “Metal Gods” e “Breaking the Law” e il concerto potrebbe già finire. Ma il repertorio dei Judas è troppo ricco di pezzi celebri per poter essere compattato in due/tre pezzi, per quanto famosi. Ed ecco allora “The Ripper”, “The Sentinel” e “Desert Plains” che ci riportano fra la fine degli Anni Settanta e i primi anni Anni Ottanta e al loro heavy metal a 24 carati. “Steeler” e “Victim of Changes” sono altri due classici che colpiscono al cuore, mentre “Delivering the Goods” ci ricorda come questo pezzo sia dannatamente efficace dal vivo. Alle chitarre Richie Faulkner e Andy Sneap (che sostituisce Glen Tipton e che qualcuno ricorderà nelle file dei britannici Sabbat) rappresentano una garanzia. Non mancano i brani tratti dagli album più recenti, come “Lightning Strike” e “No Surrender” (da Firepower del 2018), “Panic Attack” (da Invincible Shield del 2024). I Judas ripescano anche “Turbo Lover”, tratta dall’album – pietra dello scandalo – “Turbo” del 1986, subissato dalle critiche per essersi concesso ai suoni di sintetizzatori e tastiere. In tutto questo va ricordato che dietro alle pelli c’è Scott Travis, uno dei batteristi “par excellance” dell’heavy metal. Il suo inconfondibile attacco in stile mitragliatore introduce la celebre “Painkiller”, che si dimostra ancora, a trentasette anni di distanza dalla sua uscita, come uno dei pezzi più duri del nostro amato genere. Belle anche le immagini apocalittiche proiettate sugli schermi, del tutto in linea con i testi modello Isaac Asimov di Rob Halford. Si chiude con altri classici della band, come “The Hellion”, “Electric Eye”, “Hell Bent for Leather” e l’inno alla vita “Living After Midnight”. I Judas Priest sono ancora capaci di offrire vere scariche di adrenalina ma, al di là di questo, c’è forse un’altra lezione che emerge. Ascoltare un loro concerto ti fa rendere conto di come la band sia stata in grado di evolversi nel tempo senza rinnegare le proprie radici e, al tempo stesso, senza ripetere all’infinito le stesse cose. “Painkiller” ha ritmi e riff completamente diversi da “Delivering the Goods” ma il genere è chiaramente lo stesso. “Metal Gods” ha un ritornello inusuale ma chi lo canta è lo stesso cantante “Turbo Lover”. Insomma, pezzi vari, stacchi innovativi, melodie originali non impediscono che, alla fine, si tratti sempre di fottuto heavy metal. Dimenticavo: non poteva mancare l’Harley Davidson di Rob Halford. Qualcuno (compreso il sottoscritto) dubitava che essa potesse fare ancora parte del repertorio dei Judas. Ben felice di essermi sbagliato…