È arrivato il momento di tirare fuori gli attributi, abbandonare per qualche tempo il ruolo da rock star (che a molti purtroppo dà alla testa anche e soprattutto in abito metal) e schierarsi. Perché la situazione è brutta e quello che, da sempre, (il rock) è sinonimo di ribellione totale a qualsiasi sopruso e tirannia politico/sociale deve tornare sulle barricate. Ci pensa (sembra per l’ultima volta) il signore del metal industriale, l’inarrivabile Al Jourgensen, leader dei leggendari Ministry e uomo che della denuncia, della ribellione e dell’anticonformismo ne ha fatto una missione. L’ultimo album della sua band arriva in un momento oscuro per la società americana e mondiale e non poteva che essere un tornado sonoro metal/thrash/punk/industrial dove Al vomita tutta la sua rabbia verso chi muove i fili di questa autodistruzione totale. L’album si intitola  “Heat To Go, Take Out Or Delivery” e vede per la prima volta, dall’ormai lontano 2003, la partecipazione di Paul Barker anche se solo nella conclusiva “We’re Still Here”, e si prende tutto quello che gli è dovuto se si parla di industrial metal. Una carneficina sonora che raccoglie l’eredità di diciassette full length in quarantacinque anni di suoni che, per molti anni, sono stati avanti di secoli. Scrivere dei Minstry è lasciare che la mente torni ai tre capolavori (“The Land Of Rape And Honey”, “The Mind Is A Terrible  Thing To Taste” e “Psalm 69”) che, a cavallo degli anni ‘80 e ’90, influenzarono un’intera generazione di artisti diventati sicuramente più famosi del gruppo di Jourgensen ma che, in quanto a vera attitudine, sono sempre rimasti un gradino sotto (parlo di Nine Inch Nails, così come del reverendo Manson, tanto per fare due esempi). E’ giunto il momento di chiudere definitivamente la parabola Ministry e il suo leader lo fa con un album devastante, un bombardamento sonoro che a colpi delle varie “Voice Or Hate”, “Clown Car” e “Burned Out” non lascia prigionieri sul campo, solo rabbia, sangue e sudore. Ci mancheranno terribilmente i Ministry.