No Future, nuovo album dei My Evil Twin, è una delle uscite metalcore più interessanti del panorama heavy contemporaneo. Quando si affrontano generi musicali complessi, tanto sul piano tecnico quanto su quello compositivo, il rischio di rifugiarsi dietro una produzione ipertrofica è sempre dietro l’angolo. Overdubbing stratificati, sequenze digitali, arrangiamenti orchestrali e una cura maniacale del suono possono certamente restituire un’esperienza d’ascolto affascinante, ma spesso finiscono per creare un divario netto tra ciò che viene inciso su disco e ciò che può essere realmente portato su un palco.

È proprio in questo spazio, tra artificio e verità, che si misura la statura di un progetto. My Evil Twin, progetto nientepopodimeno che dall’onnipresente Levante Ligure, con il suo album “No Future”, dimostra di appartenere a quella ristretta cerchia di artisti capaci non solo di costruire mondi sonori complessi in studio, ma anche di renderli vivi, pulsanti e credibili dal vivo, senza perdere intensità né coerenza.

Non ci troviamo di fronte all’ennesima band costruita a tavolino per intercettare una tendenza del momento. My Evil Twin è piuttosto il risultato dell’incontro tra musicisti di grande spessore, accomunati da una visione chiara e da una maturità artistica che emerge in ogni dettaglio del disco. La tecnica, pur elevatissima, non è mai fine a se stessa: ogni scelta strumentale, ogni soluzione ritmica o armonica è sempre al servizio della canzone nella sua interezza. Precisione quasi matematica e impeto viscerale convivono in un equilibrio raro, arricchito da una costante tensione verso l’innovazione e da un uso intelligente della melodia, che funge da collante emotivo anche nei passaggi più intricati.

I My Evil Twin, in uno scenario distopico

Queste qualità non si limitano a emergere in fase di ascolto domestico, ma trovano piena conferma nella dimensione live. La proposta dal vivo di My Evil Twin è solida, coinvolgente, capace di catturare l’attenzione anche di chi non è avvezzo a sonorità così articolate. Al di là dei gusti personali, è difficile restare indifferenti di fronte a una band che riesce a tradurre con tale efficacia la complessità del proprio linguaggio musicale in un’esperienza diretta, fisica, quasi catartica.

“No Future” è un album prodotto e registrato in modo magistrale, e già questo basterebbe a collocarlo tra le uscite più interessanti del panorama heavy contemporaneo. Tuttavia, ridurlo a una semplice etichetta di metalcore risulta limitante. Se è vero che alcune soluzioni vocali di Riccardo Battimelli, soprattutto nei momenti più intimistici e melodici, richiamano quel mondo, è altrettanto evidente come il gruppo attinga a un ventaglio di influenze molto più ampio. Le aperture armoniche e le strutture più progressive rimandano a band come Haken, mentre certe atmosfere sospese e riflessive evocano i migliori Porcupine Tree, senza mai scadere nel mero citazionismo.

Dal punto di vista ritmico, il lavoro di Daniele Serra alla batteria merita una menzione particolare. Il suo approccio è estremamente consapevole: sa quando è il momento di lasciare spazio a un groove minimale, essenziale ma fondamentale per sostenere il brano, e quando invece spingere sull’acceleratore con passaggi più tecnici e dirompenti.

Questa alternanza contribuisce in modo decisivo alla dinamica dell’album, evitando la monotonia e mantenendo alta la tensione dall’inizio alla fine. Il basso di Mario Russo, solido e presente, agisce come un vero e proprio mattone portante, mentre le chitarre di Matteo Zangrandi, dense e potenti, richiamano per certi versi la scuola Nevermore, con riff granitici e aperture melodiche ben calibrate. A completare il quadro ci pensano le sequenze digitali e gli inserti orchestrali, mai invasivi, ma inseriti con precisione chirurgica per amplificare l’impatto emotivo dei brani.

Uno degli aspetti più interessanti di “No Future” risiede nella sua dimensione lirica e concettuale. I testi, pur non essendo mai didascalici, delineano un universo tematico coerente, attraversato da un senso di disillusione, conflitto interiore e ricerca identitaria. Brani come “No Shelter” affrontano senza mezzi termini la brutalità di un mondo anestetizzato dal dolore, in cui la violenza diventa spettacolo e la sofferenza viene mercificata.

Il messaggio è diretto, quasi politico, ma filtrato attraverso una sensibilità personale che evita la retorica. Altri pezzi, come “So I’m Lost”, scavano invece in una dimensione più intima, raccontando lo smarrimento esistenziale, la perdita di riferimenti e la paura di scomparire in una quotidianità che soffoca i sogni. È un viaggio introspettivo che molti ascoltatori potranno sentire sorprendentemente vicino.

Anche quando il tono si fa più onirico, come in “Dreamwalking”, la band riesce a mantenere una forte connessione emotiva. L’idea di essere sospesi tra veglia e sogno, di galleggiare in uno spazio indefinito mentre tutto intorno sembra perdere peso e direzione, diventa una potente metafora di una generazione in bilico, costantemente in cerca di un senso. In questo contesto, la musica non si limita ad accompagnare le parole, ma le amplifica, creando un dialogo continuo tra suono e significato.

My Evil Twin è dunque un progetto che non pretende di reinventare la musica heavy nel senso più letterale del termine. La sua forza risiede piuttosto nella capacità di costruire un’identità stilistica solida e riconoscibile, frutto di una melangerie personale e matura. La sperimentazione non è mai fine a se stessa, ma nasce dal desiderio di superare i limiti autoimposti che spesso derivano dall’adesione rigida a una corrente o a un genere. Questo atteggiamento libero e consapevole permette alla band di muoversi con naturalezza tra territori diversi, mantenendo sempre una forte coerenza interna.

“No Future” è un album che richiede attenzione, ma che ripaga ampiamente chi decide di concedergliela. Ogni ascolto rivela nuovi dettagli, nuove sfumature, confermando la profondità del lavoro svolto. Se promosso e presentato con la costanza che merita, questo disco ha tutte le carte in regola per far parlare molto di sé, non solo all’interno della scena di riferimento, ma anche oltre. My Evil Twin dimostra che è ancora possibile coniugare ambizione artistica, competenza tecnica e autenticità emotiva, offrendo un prodotto di grande classe e personalità.

Voto: 9/10