Manca un’ora e mezza al concerto dei Molotovs. Con mia moglie entro al ristorante del Largo Venue e mi appresto a scartabellare il menu in cerca di qualcosa di buono da addentare. Non appena alzo lo sguardo noto due ragazzi seduti al tavolo di fronte al mio. Sono evidentemente stranieri, hanno il fare un po’ impacciato e gli sguardi un po’ timidi. Sembra stiano aspettando qualcosa. Ma che ci fanno due così in un posto così fuori mano? Li guardo meglio e mi accordo che sono loro: i Molotovs! Fratello e sorella, poco più che adolescenti ma già promesse del rock inglese. Brit pop con una solida base punk, il duo britannico deve ancora pubblicare il primo disco, che uscirà a gennaio del 2026 col titolo “Wasted on Youth”. Hanno già suonato a gente come Iggy Pop e Jack White e nel Regno Unito sono già famosi. In Italia suonano per la prima volta (Pordenone e Milano le altre tappe nel nostro Paese) ma sul palco si muovono come dei consumati rocker. Matthew Cartlidge è alla chitarra e alla voce, sua sorella Issey al basso mentre un ragazzo altrettanto giovane suona la batteria. In tre non hanno neanche 60 anni e sul palco si trasformano. Issey non è la ragazza timida che avevo visto fino a pochi minuti prima ma una furia dallo sguardo enigmatico e dalle movenze aliene. Matthew vive nel suo mondo, coperto per metà concerto dagli occhiali scuri, e dà i tempi alla band. I pezzi scorrono veloci e, anche se li ascolti per la prima volta, scopri subito che sono dannatamente buoni. I ritornelli sono indovinati, i ritmi pure. Niente di nuovo, per carità, ma le canzoni ci sono eccome. “Today is gonna be our day” è quasi un successo istantaneo con il suo ritornello che ti rimane stampato in testa fin dal primo ascolto. “More more more” è un punk che più british non si può, cosi come “No Time to Talk”, che suona come dei Sex Pistols più scanzonati. C’è pure la cover di “Suffragette City” di David Bowie, molto più veloce e punkettara rispetto all’originale. I pezzi scorrono via uno dietro l’altro con grande naturalezza e non ci mettono troppo per scaldare un pubblico che evidentemente è accorso al Largo Venue per scoprirli. “Rhythm of Yourself” ricorda i Franz Ferdinand più ispirati mentre “Johnny don’t be scared” ha atmosfere che risalgono agli Smiths meno deprimenti. Bravi ragazzi insomma. Spazio per migliorare ce n’è di sicuro ma le premesse sono ottime….e scommetto quanto volete che fra un anno o due li ascolterete come gruppo principale nelle grandi arene!