Sono circa due decadi che non si vedeva un nuovo disco dei Lemonheads, band imprescindibile della scena rock alternativa anni ’90, quella che includeva Nirvana, Dinosaur Jr e altri giganti del genere. Evan Dando ha passato molto tempo a condurre una carriera solista, lontana dal marchio storico e anche dai riflettori, anche se non così distante in quanto a sonorità. Ma adesso ha finalmente trovato tempo, modo e ispirazione per rispolverare il vecchio nome. Spesso operazioni come questa possono essere interpretate come l’ultima spiaggia di un artista che ha dato tutto. O magari, visto che arriva a fine anno, si potrebbe pensare anche a una speculazione natalizia. Beh, notizia per tutti: questo è un disco vero, bello e Lemonheads al 100 per cento. Con i suoi riff accattivanti ma non violenti, la sua voce accondiscendente, i ritornelli che sono ancora quelli che ti viene voglia di cantare mentre li senti. C’è tutto, ci sono anche dei potenziali singoli, come “In The Margin”, il classico brano alla Dando, che si arrotola intorno a una melodia e decolla quando arriva in cima. Citerei anche la “58 Second Song” che è una degna apertura del disco, la successiva “Deep End” che mantiene alta la concentrazione. Poi è anche vero che qualche sbavatura all’interno della tracklist c’è, ma fa parte di quel modo gentilmente scazzato che mister Dando ha sempre mantenuto, quella sensazione che sia sempre lì un po’ in prestito, un po’ a improvvisare, che ovviamente non è vera ma è una specie di marchio di fabbrica. Atteggiamento condiviso per esempio con J. Mascis, che fra l’altro è uno degli ospiti di questo disco, che ne annovera parecchi altri (da citare fra veramente tanti, Juliana Hatfield e Nick “Bevis Frond” Saloman). Anche l’elenco delle partecipazioni, così corposo e composto da amici e caratteri affini, pare quasi la volontà di riaffermazione di una scena, che ha conosciuto un momento di grande splendore e poi se n’è allontanata così, senza reagire e senza problema. Sarà una sensazione mia, questa sui Lemonheads e band analoghe, ma specifico, è tutt’altro che negativa. Fare musica perché ce n’è urgenza, perché si sente che è il momento, fossero anche passati vent’anni; così come viene e come la senti, senza stare lì a limare troppo e senza snaturare te stesso e la tua scrittura, che tanto l’istinto per la melodia ce lo hai lì bello e pronto. Vero o artefatto che sia questo modo di proporsi, chi non vorrebbe riuscire a produrre qualcosa così apparentemente sincero? Beh, Evan Dando c’è riuscito ancora, vent’anni dopo l’ultima volta. E chissà se succederà ancora, chissà se la voglia gli tornerà di nuovo, l’anno prossimo o fra altri venti. Nel caso ascolteremo ancora una volta con piacere.
