Tornano gli storici progsters statunitensi Spock’s Beard, paladini del progressive rock classico, da ormai più di trent’anni sinonimo di grande musica per gli appassionati del genere.
La band fondata nei primi anni ‘90 dai fratelli Morse (Neal e Alan) e che oggi vede il solo Alan al comando, in compagnia di Ted Leonard (voce, chitarra e tastiere), Ryo Okumoto (Tastiere, cori), Dave Meros (basso, tastiere, cori), e Nick Potters (batteria, cori), arriva al traguardo del quattordicesimo album, a sette anni dal precedente “Noise Floor”.
Composto quasi per intero dal tastierista Ryo Okumoto, “The Archaeoptimist” regala un’oretta scarsa di emozioni progressive, come da tradizione per il gruppo statunitense che si dedica più del passato ad intrecci musicali di qualità tecnica elevatissima, non risparmia fughe di ispirazione fusion, ma rimane ancorato alla tradizione classica dei maestri inglesi Genesis, Gentle Giant e Yes in particolare.
La prima parte dell’opera, grazie a brani come “Invisible” o “Electric Monk” si avvicina al credo Yes e Gentle Giant in modo netto; Ted Leonard (al quarto album con la band) offre una prova di grande personalità al microfono, ormai punto fermo di un gruppo che, rispetto al precedente lavoro, vede solo il batterista Nick Potters come novità nella line up. Intrecci vocali, lunghe fughe strumentali, ottimo songwriting ed un passato che torna prepotentemente tra le trame di “Afourthoughts”, nei venti splendidi minuti della title track, instancabile suite che funge da sunto di tutto il credo degli Spock’s Beard targati 2025. Non meno interessante la conclusiva “Next Step”, omaggio al prog pomp, con una prestazione vocale notevole.
Un album da ascoltare e riascoltare se siete instancabili divoratori del progressive rock classico con un orecchio a quello che combinano i Dream Theater. Promosso.
