Personaggio da scoprire se non siete avvezzi alla scena rock/roots/blues americana, Randy Lee Riviere è un chitarrista, cantante e compositore del Montana, ma ora di stanza a Nashville, biologo ed attivista nella conservazione dell’ambiente, arriva al traguardo del suo quarto album solista.

Un modo di vivere che certamente influisce sulle sue composizioni che in “Farmahand Blues”, partendo da una base blues rock, intraprendono un viaggio tra il roots e il rock senza disdegnare ispirazioni grunge. Chitarre decise, produzione di stampo “live” lasciata a Tom Handbridge, che si occupa anche della batteria ed affianca Doug Lancio e Bob Britt alle chitarre, Michael Saint-Leon alla chitarra e all’armonica, Mike Rojas alle tastiere e Robert Kearns al basso. E “Farmhand Blues” è un album dove la chitarra comanda le operazioni, ora dura, ora addolcita da aperture melodiche, ma sempre protagonista così come la voce di Riviere, che racconta storie d’America. La produzione, come scritto molto “live”, lascia quel sapore rurale, dura come una vita spesa lontano dalle città, in contatto costante con la natura. Importante a mio parere il passo deciso del rock duro, che trascina i brani verso un sound che, di fatto, rimane in bilico tra i generi di riferimento e ne conferisce un’originalità che fa la differenza. Perché il blues, così come il roots, è presente in dosi massicce in brani come l’opener “Downtown”, “Bing On A Bender” e la title track, un trittico di apertura che non lascia dubbi sulla qualità altissima della musica del nostro. Stupenda “December 1980” dedicata all’assassinio di John Lennon, un blues carico di emozionante tensione così come “Alabama” rock’n’roll/roots/grunge rock che non fa prigionieri. “Farmhand Blues” entra di diritto tra gli album più belli di questo 2025: un’opera decisa, senza compromessi, dura ma splendidamente semplice nel suo essere rock con la R maiuscola, consigliato.