A novembre del 2025, presso il Chapeau Club di Savona, si è svolta una serata memorabile che ha visto sul palco tre generazioni di metal italiano: i Necrodeath, gli Hellcrash e i Dohlmen. È stato durante questo evento che abbiamo avuto modo di incontrare il trio olbiese, e l’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a una realtà musicale consapevole del proprio ruolo e della propria mission.

I Dohlmen non suonano per fare baccano. Ogni suono che esce dai loro strumenti sembra avere una funzione, una ragione d’essere. Daniele Piredda al basso e alla voce, Pietro Chiaffitella alla chitarra e Filippo Falchi alla batteria costruiscono una densità sonora che in tre elementi non dovrebbe essere possibile generare, eppure non c’è nulla di artificioso nella loro musica. Sul palco di Savona è bastato poco per capire come funzionano: da una parte la compattezza ritmica che Falchi e Piredda sviluppano insieme, dall’altra la ricerca testuale che Piredda porta avanti utilizzando il sardo come lingua principale.

Tre musicisti che cantano storie della loro terra in una lingua che sta scomparendo, attraverso il filtro del doom metal. Non è una contaminazione forzata, ma una scelta consapevole nata dall’incontro tra una passione personale di Piredda per il doom classico degli Sleep e la volontà di preservare il patrimonio folklorico sardo. Quella sera, per un’ora circa, il Chapeau Club si è trasformato in uno spazio in cui il passato della Sardegna dialogava con il presente, mediato dalla pesantezza del metal.

Ci siamo collegati in remoto con loro per parlare di come nasce la loro musica, di cosa significa suonare in tre, di come si costruisce una visione artistica consapevole e di cosa comporta far rivivere una lingua attraverso il metal. Daniele Piredda, Pietro Chiaffitella e Filippo Falchi sono stati generosi nel condividere il loro percorso: dalle origini nel 2018 ai tre anni di gestazione del primo album, passando per il periodo di pandemia che li ha messi a dura prova, fino alla ricerca attuale per il secondo lavoro.

Daniele Piredda, basso e voce dei Dohlmen
Daniele Piredda, basso e voce dei Dohlmen

L’intervista

Tre anni di attesa tra la nascita della band e l’uscita dell’album

Se le mie informazioni sono corrette, siete partiti a maggio del 2018, ma il vostro album è uscito solo dopo tre anni. Al di là del periodo di grande crisi congiunturale di quel momento, quanto è diverso il prodotto finale rispetto all’inizio della sua concezione?

Daniele Piredda: Il progetto è partito con me e Filippo e, all’epoca, c’era un altro chitarrista prima di Pietro, mio cugino Sebastiano, che salutiamo. Lui entrò appunto a maggio 2018. Abbiamo fatto un set dove suonavamo solo cover dei Black Sabbath e un paio dei Primus, perché nel frattempo stavamo componendo i brani inediti, però non essendo pronti non li abbiamo portati in live. Con Sebastiano abbiamo iniziato a imbastire gli arrangiamenti, ma era una questione più di io che dicevo cosa fare e lui che eseguiva, perché era fuori dalla filosofia doom metal e non aveva mai suonato questo genere.

Successivamente, Sebastiano ha avuto qualche problema legato all’università a Pisa, quindi non poteva continuare col progetto. Nel frattempo, noi avevamo ambizioni un po’ più impegnative. Poi si è presentato Pietro un giorno mentre stavamo provando con Sebastiano: Filippo me l’ha fatto conoscere. Da agosto 2019, il 9 agosto esattamente, abbiamo iniziato a imbastire sia gli arrangiamenti di quattro brani che erano già nel disco, sia due brani nuovi che abbiamo creato con Pietro.

Abbiamo tardato con l’uscita del disco perché abbiamo dovuto riarrangiare i brani che avevamo già composto in precedenza. Essendo arrivato Pietro ad agosto, abbiamo dovuto fare tutto da capo, perché comunque lui ci ha messo del suo ed è giusto che la nuova configurazione definisca il lavoro. Dopodiché abbiamo fatto dei live tra ottobre e novembre, catapultati in una spirale di concerti che ci ha occupati praticamente fino alla settimana prima del lockdown da Covid. Abbiamo iniziato le preproduzioni verso febbraio 2020, poi ci fu il lockdown. Ad agosto 2020 siamo riusciti a rientrare in sala prove per imbastitare le produzioni e prepararle.

Le registrazioni sono avvenute successivamente. Il disco ha tardato ulteriormente di altri quattro mesi perché abbiamo scandagliato le varie etichette discografiche per trovare una collaborazione. Purtroppo, non ci hanno calcolato più di tanto, quindi abbiamo deciso di farlo uscire in modalità totalmente indipendente. Siamo stati un pochettino come degli avventurieri perché abbiamo fatto uscire un disco durante ancora un problema pandemico in corso, e i live per poterlo presentare erano decisamente rari. Abbiamo suonato solo una volta in un evento di rilievo e poi abbiamo dovuto aspettare prima di rivedere il palco.

Tuttora stiamo cercando di spingere per far riconoscere il nostro primo album. Siamo nel 2025 e cerchiamo di farlo conoscere anche oltre l’ambiente sardo. Nel nostro territorio l’accoglienza è andata bene, visto anche il tour che abbiamo fatto nel 2025. Se siamo qui a parlarne credo che il riscontro sia abbastanza positivo e su questo siamo tutti d’accordo.

Filippo Falchi, batterista dei Dohlmen
Filippo Falchi, batterista dei Dohlmen

La lingua sarda come scelta linguistica

Il sardo, per voi, è ancora una scelta linguistica di resistenza o ormai è diventato il vostro linguaggio espressivo più naturale? Avete mai sentito pressioni per “tradurre” il vostro immaginario in italiano o in inglese? Se sì, come le avete gestite?

Daniele Piredda: Il progetto di base nasce proprio da una lacuna personale. Io vengo da una zona della Sardegna che è la Gallura, a nord dell’isola. Nella Gallura non si parla il sardo, ma il gallurese, che è un dialetto, non è una lingua come il sardo. Non ha una radice neolatina costruita come tale; ha un’influenza da parte delle popolazioni che si spostavano dalla Spagna, dalla Liguria, dalla Corsica. È veramente influenzato da questi territori.

Ho riscontrato una grande lacuna personale nel non parlare il sardo, anche se vivo in Sardegna. L’ho vista come una lacuna che sinceramente volevo colmare. Con il progetto Dohlmen era proprio un fattore di reintroduzione della lingua sarda nella mia vita, e secondariamente per chi ci avrebbe ascoltato.

Riscontro comunque nelle generazioni sia attuali che future una mancanza sempre maggiore della lingua sarda tra i giovani. Il culto della lingua si sta perdendo ed è una cosa che va preservata e consolidata. Quindi Dohlmen nasce proprio per la lingua e io in questo mi impegno. Grazie a Dohlmen ho imparato a parlare il sardo nelle sue diverse declinazioni secondo le zone della Sardegna. Come è cresciuto Dohlmen sono cresciuto io e suppongo anche gli altri della band. È stata una bellissima esperienza.

Le sonorità che noi portiamo, vista la scelta del sardo, cercano di sposarsi con la lingua, perché questo è fondamentale. Vogliamo che ci portino a ricordare la nostra terra. Per quanto riguarda le pressioni a tradurre in italiano o inglese, francamente no. Forse perché siamo piccoli e nessuno ci caga, ma da parte nostra c’è sempre stata la volontà di restare sardi.

In fondo alla pagina dei nostri profili su Instagram e Facebook ci sono sia il titolo sia il testo del brano con traduzioni in italiano e inglese per chi vuole comprendere il significato esatto, perché capisco che il sardo non è una lingua diffusa. Però il testo rimane in sardo, sempre. Non traduciamo i brani dall’inizio: forniamo le chiavi di lettura affinché il pubblico possa comprendere quello che stiamo dicendo senza perdere l’identità musicale.

Pietro Chiaffitella Sr., chitarrista dei Dohlmen
Pietro Chiaffitella Sr., chitarrista dei Dohlmen

Disamina sull’album di debutto

Riascoltando la vostra musica a distanza di tempo, soprattutto il primo album, cosa modifichereste? E al contrario, qual è il momento che ancora oggi vi sorprende per la sua potenza?

Pietro Chiaffitella: Guarda, per quanto mi riguarda c’è sempre spazio per dire “avrei fatto questo, questo e quest’altro”. Però vi dico sinceramente che sono ampiamente soddisfatto di quello che abbiamo fatto. Al di là delle aspettative, intendo dire. C’era la consapevolezza che il prodotto realizzato con le bozze, che Daniele, Filippo e Sebastiano stavano strutturando, già funzionava in fase di… non so come definirlo, di embrione.

Quando Daniele mi raccontò del progetto a me piacque subito, benché fosse ancora embrionale. Mi ha catturato stilisticamente perché ho abbracciato il pensiero di Daniele riguardo la cultura sarda e la lingua. Essendo un ragazzaccio eterno, ma con 52 anni sulle spalle, questa cosa mi ha impressionato positivamente.

Avendo suonato tanta roba anche estrema nel mio passato, questa cosa mi ha veramente appassionato: spingersi su un territorio difficile, utilizzare una lingua che viene abbandonata nel nostro genere. Ho constatato l’impegno che Daniele ha profuso nella ricerca testuale, andando veramente alla ricerca della vocalità, capendo come si parla. Io non lo parlo apertamente, lo dico sinceramente, e per certi versi è difficile, ma a me questa cosa mi affascina.

Musicalmente, certo, c’è sempre quella condizione in cui dici “avremmo potuto fare questo”. Lo dico per me, ma penso anche per gli altri, rispetto a quello che dobbiamo produrre e che produrremo. Infatti, sta avvenendo per il nuovo album e abbiamo fatto tesoro dell’esperienza del precedente. Non voglio dire che in passato avremmo potuto fare diversamente.

Meglio di così è il mio parere, perché c’è una continua ricerca. Penso che i prodotti che produrremo da qui a breve rimarranno positivamente impressi. C’è stata la presentazione live di nuovi brani e il riscontro che abbiamo avuto, anche con il singolo Boe Erchitu, penso abbia aperto nuovi orizzonti al futuro.


L’esperienza con Enzo Di Ciaccio come produttore

Avete lavorato con Enzo Di Ciaccio alla produzione del primo disco. Com’è stata l’esperienza con un produttore esterno? Ha influenzato la vostra visione originaria o vi ha aiutato a definirla meglio?

Daniele Piredda: Enzo è… lo chiamiamo il quarto Dohlmen. Enzo era già il bassista di un progetto precedente di Pietro, quindi le nostre strade si erano già incrociate solide da molti anni. Grazie anche a Enzo questo progetto è andato a rivalutarsi.

In fase di pre-produzione, Enzo ci ha cazziato – e sottolineo cazziato – dicendoci “guardate ragazzi, secondo me ancora dovete limare queste cose qua, riprendiamo la pre-produzione”. C’erano brani che erano molto incerti ancora, sebbene fossero già composti. All’inizio, non avendo mai ricercato un disco così complesso rispetto alle altre produzioni, non avevamo assolutamente preso in considerazione certe cose.

Ci siamo seduti per capire, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra i colpi di basso e i colpi di gran cassa che dovevano andare all’unisono. Sì, ci ha cazziato molto ed è stato… lo è tutt’ora e spero lo sarà anche in futuro. Anche Boe Erchitu l’abbiamo registrata grazie al suo ausilio.

Enzo è l’unico che fondamentalmente capisce appieno la filosofia del progetto, ci è proprio dentro con la testa, capisce quello che vogliamo anche se non glielo diciamo. Ci legge nel pensiero. Spesso e volentieri dà dei consigli preziosi e incredibili. In Boe Erchitu ci sono quattro chitarre diverse, e grazie al consiglio di Enzo ci sono chitarre che vanno droppate, altre che fanno un’altra cosa ancora – sommate creano un muro sonoro importante.


La densità sonora in tre – studio versus live

In tre, come fate a creare una densità sonora che non lasci spazi vuoti? Quanto del vostro suono nasce in fase di registrazione e produzione, e quanto invece dipende dalla compattezza che avete dal vivo?

Filippo Falchi: Prima di tutto, ci tengo a dire che la resa che diamo in registrazione debba essere tale anche dal vivo. Quando suoni in tre elementi e aggiungi troppi suoni, se devi riportare tutte quelle cose aggiunte in studio dal vivo, diventa molto complicato rimanere fedeli al disco.

Quindi cerchiamo sempre di dare live quello che portiamo nel disco, e c’è da dire anche una cosa molto importante: dal momento in cui è subentrato Pietro nel gruppo, comunque ha dato una sfaccettatura diversa ai brani, perché lui suonando in stereofonia… da quando si suona insieme, le chitarre e il basso devono dare quell’impatto sonoro che realizza veramente quella che è la definizione Dohlmen.

Daniele Piredda: Batteristicamente, Filippo cerca di essere molto sincopato e cerca il più possibile di seguire le parti di basso che porto io all’interno del brano. Le sonorità che noi portiamo, visto i testi in sardo, nascono da una ricerca di sonorità che si sposino con la lingua. Questo è fondamentale, che ci portino a ricordare la nostra terra. 

Pietro Chiaffitella: Questo è il nostro modo di suonare, di cercare di sperimentare, ricordando la nostra terra.


Condividere il palco con Necrodeath e Hellcrash – community o outsider?

Ci siamo conosciuti a Savona con Hellcrash e Necrodeath. Che sensazione dà condividere il palco con altre band metal italiane, soprattutto di tale calibro? Vi sentite parte di quella community o vi percepite un po’ come degli outsider?

Pietro Chiaffitella: È bellissimo perché abbiamo avuto modo di chiacchierare con loro, in particolare con Flegias dei Necrodeath. Gli dissi quanto mi ha colpito il loro primo album nel ’91, e io tuttora rimango ispirato da quel disco. È stato bello essere come degli outsider che proponevamo qualcosa di diverso.

Effettivamente eravamo ed siamo stati degli outsider, però pienamente integrati, capite? Lo stile musicale differente era una volontà esplicita di coloro che ci hanno invitato, quindi quello ci ha fatto sentire all’interno del tutto. Però personalmente, stilisticamente, siamo stati degli outsider. È una gran soddisfazione.

Daniele Piredda: Nel senso, quando salgo sul palco so che devo fare il mio lavoro. Francamente le questioni insider-outsider non mi premono particolarmente. È un piacere essere stato invitato insieme a Pietro e Filippo da Flegias, Pier, GL e Peso dei Necrodeath. Ci ha fatto un enorme piacere, totalmente inaspettato. Comunque siamo dei signori nessuno tuttora e spero di rimanere tale, con questo grado di testa.

Quando salgo sul palco vado, faccio il mio lavoro, poi scendo e sono uno del pubblico. Mi piace suonare, mi piace stare in mezzo alla gente. Il fatto che eravamo degli outsider, sì, però alla fine la comunità metal sa sempre riconoscere la qualità. Che io stia suonando speed metal, thrash o doom, sono sicuro di trovare comunque casa. Mi trovo sempre molto bene. Non mi sono sentito particolarmente outsider. Quello che realmente ci fa sentire outsider sono forse le problematiche dei trasporti dalla Sardegna, ma questo è un’altra cosa.


Quando si capisce che una canzone è “finita”?

Dal vostro disco emerge una pesantezza che non suona mai autocelebrativa: ogni nota sembra avere una funzione narrativa. Come capite quando una canzone è “finita”? Qual è il momento in cui vi dite che non serve aggiungere altro?

Daniele Piredda: Guarda, ci becchi in una tempesta, perché stiamo lavorando su un disco nuovo. Capita che lavoriamo su un brano per poi parcheggiarlo per poi riprendere un altro brano perché alla fine ci risulta più semplice da chiudere. Ci siamo resi conto che il brano a cui stiamo lavorando avrebbe richiesto molto, ma molto più tempo.

Un brano che avevamo pensato come due parti della durata di 15 minuti non è una cosa che vogliamo prendere come impegno attualmente. Anche perché gli altri brani sono già chiusi e confezionati, abbiamo già chiuso anche le pre-produzioni. Manca giusto questo ultimo brano che con un altro paio di prove sarà concluso.

Come arriviamo a dire che un brano è chiuso? Quando fingiamo di suonare e diciamo “ah che bello”, penso che sia quello il momento in cui dici che il brano è chiuso. Perché senti che magari dici “eh ma qua voglio questo, qua voglio quello”, lo metti e non ti piace – era meglio prima. È il solito processo di creazione di qualsiasi artista, non siamo differenti da nessuno. Quando capiamo che è bello il brano, quando lo suoniamo siamo soddisfatti di quello che abbiamo appena fatto. A volte la vediamo come un’enorme cosa sbagliata e allora la rivalutiamo.


Come avvicinare i giovani al metal

Se vi trovaste di fronte a un giovane che non sa nulla di metal e voleste invogliarlo ad appassionarsi al metal e a voi, quale sarebbe la strategia?

Daniele Piredda: Allora, considerando che adesso se ti avvicini a un giovane la gente chiama la polizia… l’ideale sarebbe mettergli davanti un adesivo con un QR code perché stanno sempre col telefonino in mano. Scrivi a lettere cubitali “Metal” e lui lo inquadrerà in qualche modo, se riesci a scrollarlo dallo schermo.

Per avvicinarli alla nostra band, una bella grafica e una bella estetica sono utili. Noi cerchiamo di attirare l’attenzione utilizzando molta dell’iconografia della nostra terra. Spesso e volentieri questa attira curiosità e non tanto al genere metal in sé, ma al nostro progetto. Due cose: uno, la gente si avvicina alla musica; due, si appassionano anche alla mitologia della nostra terra, che comunque è il fine per cui nasce il progetto.


L’ascolto in cuffia versus il live

C’è una bella differenza tra ascoltare i Dohlmen in cuffia e viverli dal vivo? Se sì, voi per primi da che tipo di ascolto siete attratti in generale: quello da studio o l’energia del palco?

Filippo Falchi: Dohlmen live, questo è il mio modesto parere. 

Daniele Piredda: Se è inerente a noi, Edoardo, se è riferito proprio a noi la sua, e anche sì nel dire alle persone di ascoltarci. Però effettivamente il live è proprio quello. Se sei d’accordo, lo confermo: essere in tre e avere un impatto ancora più granitico è la cosa che faccio mia. Prendo in prestito le parole di Filippo che sono molto appropriate: la gente rimane positivamente colpita da tre individui che fanno un muro di un certo tipo.

Certo, c’è un problema perché io suono in stereofonia e questo è complicato a livello di backline e per trovare le attrezzature necessarie. Però mano a mano che andiamo avanti e siamo sempre più cercati, magari potremo avere il desiderio di essere secondati con le attrezzature per poter suonare come vogliamo. Personalmente, ascoltando anche altri gruppi, prediligo il live.


La ricerca dietro ai testi – miti sardi e contemporaneità

Quanta ricerca c’è dietro ai vostri testi? Nel primo album vi siete concentrati sulla mitologia della vostra regione: affrontate il tema con uno sguardo contemporaneo o cercate di preservarne una certa “purezza” narrativa?

Daniele Piredda: No, non sbagli. Il primo album è tutto concentrato su miti e leggende della Sardegna. Approfitto per dire che in fondo alla pagina di Instagram e Facebook ci sono sia il titolo che il testo di ogni brano con traduzioni in italiano e inglese per chi vuole comprendere il significato esatto. Questo è importante per i lettori che non parlano sardo.

Cantiamo in sardo, ma non è come una band che canta in inglese e lo traduce. Il sardo è un puttanaio da tradurre perché non sai se devi tradurlo dal sardo barbaricino, dal sardo baronese, dal sardo logorese. È proprio complicato. Quando rilasciamo i testi, facciamo sempre la traduzione in italiano e in inglese. Perché comunque il pubblico di riferimento ultimamente è quello italiano.

Per quanto riguarda i testi, il primo disco tratta prevalentemente leggende e mitologie sarda. Ce ne sono anche nel secondo disco, perché i brani del secondo disco sono alcuni che abbiamo composto durante la fase compositiva del primo disco, ma non le reputavamo mature abbastanza da finire nel disco. Il singolo che abbiamo fatto uscire, Boe Erchitu, l’abbiamo iniziato a imbastire a gennaio 2022, messo da parte, ripreso l’anno scorso, e poi registrato. Penso che Boe Erchitu sia uno degli ultimi testi che tratta della mitologia sarda.

Gli altri brani che abbiamo scritto per il nuovo disco trattano di problematiche, questioni sociali e anche politiche. C’è un brano che si chiama “Ambizione Sepurta” che abbiamo anche suonato a Savona, che tratta della fuga dei cervelli dall’isola. È una fuga che secondo me è necessaria, anche se con grande dispiacere. Chi va via dall’isola per crescere, per migliorarsi, sa che spesso non potrà tornare.

Nonostante tutte le medaglie che la vita gli ha dato fuori, in Sardegna non troverà mai una corrispondenza lavorativa adeguata al suo livello. Andrà a fare lavori pressoché umilianti per il grado con cui è tornato. C’è poco incentivo da parte dello Stato a investire nel settore lavorativo sardo. Questo brano parla proprio di questa problematica. Quindi sì, cantiamo di Sardegna e della mitologia, ma trattiamo anche i temi del presente. Nel 2025 la mancanza di lavoro dovrebbe essere una leggenda, invece è la realtà.

Filippo Falchi, batterista dei Dohlmen

Molteplicità di etichette (sludge, stoner, doom, psychedelic)

Vi definiscono sludge, stoner, doom, psychedelic rock: vi piace questa molteplicità di etichette, o pensate che le categorie non riescano a cogliervi fino in fondo?

Daniele Piredda: Noi facciamo doom perché siamo tutti figli di Ozzy, di Black Sabbath, di Tony Iommi. Siamo figli del fuzz, del Laney tirato a cannone, delle batterie pestate e dei bassi che fanno muri sonori importanti. Cerchiamo di seguire quella questione, molto anni ’70, ovviamente filtrata dal presente. Il primo disco nasce da un amore incondizionato verso Holy Mountain degli Sleep, che è stoner-doom metal, una delle band che ha iniziato già negli anni ’90 a imbastire il protodrone che poi hanno consolidato band come Sun O))).

Non ci interessa proprio l’etichetta. Ci piacciono quelle sonorità lì, che sia sludge, stoner, doom, drone – va benissimo per noi. Se poi la gente si appassiona a quello che facciamo, ok. Qualcuno ci ha recentemente definiti “blackened doom”. Ho letto e ho fatto “ma che cazzo è il blackened doom?” Non ho mai sentito tirare fuori questo sottogenere. Però li capisco, perché il doom sottile ha quelle voci molto vibrate alla Ronnie James Dio o alla Candlemass con cantati quasi lirici su basi molto lente. E poi ci sono io che sono un maiale, sempre a urlare. Quindi capisco che vedano del black metal nel mio cantato.

Pietro Chiaffitella: Sicuramente nel primo album c’è un brano dove io ho voluto omaggiare un po’ quello che era il nu metal, un genere che ho vissuto personalmente. Ci sta, ma è una piccola porzione che si mischia perché ci piace spesso cambiare e ben venga se poi le persone fanno paragoni. Non c’è un brano uguale all’altro, e questo lo prendo come un aspetto assai positivo: stiamo in una maniera molto libera, niente di impostato. Non ci siamo mai prefissati “dobbiamo essere così, dobbiamo essere colà”. Guai a fare una cosa del genere, per quello ci sono i side project.

Proveniamo da stili di musica differenti. Forse anche quello di portare nell’album questa contaminazione (amo il nu metal come lo ama anche Daniele) però io ho vissuto quel periodo meglio, essendo il vecchietto che sono in band. Mi consente di interpretare meglio quelle sonorità.

Daniele Piredda dei Dohlmen

Dinamiche interne del trio

In un trio, ego e conflitti possono facilmente fare breccia. Come funzionano le dinamiche interne? Come gestite le divergenze quando si tratta di scelte creative?

Daniele Piredda: Ci tengo a dirlo perché abbiamo avuto un momento in cui ci siamo un attimo distaccati. Non era per problemi personali, ma perché ognuno di noi aveva impegni personali e quant’altro. C’è stata comprensione e c’è dialogo. Ci diciamo le cose sinceramente, magari potremmo dirci anche di più, però questo è un aspetto positivo. Certe volte ci sono momenti in cui è meglio il silenzio. Non dici una cosa che potrebbe nuocere a una determinata situazione. Questo è un gran vantaggio che abbiamo. Siamo tre caratteri diversi, tre età differenti, e questo è altamente importante.

Pietro Chiaffitella: Basta lo sguardo. Non è un segreto, è solo quello che penso io.

Filippo Falchi: Sì.

Pietro Chiaffitella: Se siete d’accordo, siamo abbastanza uniti da questo punto di vista, parlo musicalmente. Che uno ha un’idea, magari quella idea non viene apprezzata, però si trova una soluzione. La vediamo in tre, la vediamo insieme. Come è successo con quel brano di cui parla Daniele prima, abbiamo scelto di non farli durare 15 minuti perché ci vuole troppo tempo e non è pratico attualmente. L’unione fa la forza, come si suol dire.


Messaggio libero per i lettori di Backinrock.it

Vi lascio la parola per un pensaggio libero per i nostri lettori.

Daniele Piredda: Allora, innanzitutto saluto tutto il pubblico di Back in Rock,

L’esperienza a Savona è stata veramente catartica per me, penso anche per gli altri due. Quando siamo saliti sul palco, la gente è rimasta un attimo sorpresa, però quando abbiamo iniziato a suonare era super attenta, ha alzato le orecchie come un coniglio in giornata di caccia. Ho detto, caspita, per avere una roba del genere in Sardegna devi veramente allenarti, migliorarti. Devi farti una preparazione come quella che fa una camera dello spirito del tempo – devi allenarti, allenarti, allenarti e fare le cose bene. Devi dare anche molto di più di quello che dai già nel disco, che è la nostra filosofia di base.

A Savona abbiamo visto un pubblico assurdo che ci ha scioccati come pubblico. Abbiamo molto apprezzato. Non sembra così che siamo super impegnati a fare il nostro palco, ma noi comunque, grazie anche all’ausilio delle luci che girano, vi guardiamo e siamo veramente esterrefatti da quello che abbiamo visto.

Sebbene foste lì per i Necrodeath (chi è che non andrebbe a un concerto dei Necrodeath?) e vedervi comunque con quegli sguardi, anche mentre stavamo suonando noi, ci ha riempito di gioia. Vi possiamo solo che ringraziare. Speriamo che l’esperienza si possa ripetere non solo a Savona, ma anche in altre situazioni e rincontrare il vostro supporto.

Pietro Chiaffitella: Io vorrei ritrovare, auspico, nei prossimi concerti oltre mare – inteso vicino – le condizioni che abbiamo trovato a Savona. Due particolarità che condivido con Filippo e Daniele e che altri hanno percepito: il momento in cui saliamo dal palco e sentiamo questo ragazzo che esprime la sua soddisfazione dicendo “bello!”. Quello vale tutto.

L’invito qual è? Per tutti coloro che non ci conoscono e che non ci hanno mai visto live, che magari desiderano vederci e avvicinarsi a noi, grazie anche a te e a questa intervista, di ritrovarsi nella stessa situazione e ritrovarci a fine concerto come quel ragazzo. Mi guarda ancora – avevamo appena finito – viene mi guarda da sotto il palco e dice “io vi seguo da quattro mesi e su tutto di voi: oramai siete la mia band preferita”. Per me quella è la più grande soddisfazione.

Vorrei che chiunque non ci conosce, ascolti attentamente, entri veramente nello spirito del gruppo. Che comprenda i testi, perché è una cosa veramente particolare. La ricerca che è stata fatta, in particolare da Daniele nella stesura dei testi, è stata intensa. Sono testi ben ricercati, supportati anche da terzi come Enzo, che ci ha sempre spinto perché Daniele scava, scava, scava e vuole che il prodotto sia dei migliori sotto il profilo testuale.

Filippo Falchi: Ci tenevo, ovviamente, a ringraziare tutti e Back in Rock, Edoardo in primis. Però ci tenevo a specificare una cosa, perché se noi siamo andati a Savona è anche merito di altri. I Necrodeath hanno fatto due date in Sardegna e da quel momento in cui ci siamo conosciuti abbiamo condiviso il palco insieme molto spesso: dobbiamo ringraziare i Necrodeath stessi che sono sempre con noi. Abbiamo fatto tantissimi live grazie a Riccardo Sitzia, che ci ha portato appunto a Savona. Senza Riccardo questo non sarebbe avvenuto. Questo va detto.

Pietro Chiaffitella, chitarrista dei Dohlmen

Note finali

L’intervista è stata registrata a caldo, nel novembre 2025 al Chapeau Club di Savona, subito dopo l’esibizione che ha visto i Dohlmen dividere il palco con Necrodeath e Hellcrash. Durante la chiacchierata è emerso con naturalezza che il trio è immerso nella realizzazione del secondo album, “II”, atteso per il 2026, con il recente singolo “Boe Erchitu” che segna un’evoluzione verso sonorità più sludge e dense, un passo avanti rispetto al debutto. È stato un incontro stimolante, ricco di passione e autenticità, che ha confermato quanto i Dohlmen meritino di calcare palchi sempre più grandi. Non vedo l’ora di ascoltarli di nuovo dal vivo e auguro loro un meritato e tangibile riscontro.