“Desert Electric” è un album travagliato, la sua gestazione è durata anni dopo il disastro che ha distrutto la città degli angeli, mangiata letteralmente dal fuoco.
Oggi finalmente vede la luce questa bellissima ed affascinante opera firmata Ruby Ate The Fig, creatura capitanata dalla cantante Sharon Eliashar, personaggio da scoprire, nata a Gerusalemme e cresciuta in California, ma con una parte della sua vita dedicata e vissuta nel deserto del Sinai vicino alle tribù beduine, fonte di ispirazione per la sua musica. Accompagnata da Marc Mann alle tastiere e chitarra, Rich Mouser alla chitarra, Ali Paris al quanun (una cetra mediorientale a 76 corde), Polly Tapia Ferber alle percussioni, Miles Jay al basso e violoncello e Danny Montgomery alla batteria (musicisti che hanno collaborato tra gli altri con gente del calibro di George Harrison, System Of a Down, Tom Petty, Cris Cornell, Dream Theater, Spock’s Beard, Ray Charles, Taj Mahal), Sharon Eliashar sorprende in originalità e personalità con nove brani che fondono rock e cultura mediorientale, atmosfere che vanno dai deserti americani a quelli del Sinai, mescolando culture in un’orgiastica e bellissima fusione musicale.

Dei Rubi Ate The Fig si parlò già qualche anno fa, avvicinando la loro proposta a quella dei Led Zeppelin di Kashmir; io personalmente aggiungo i canadesi The Tea Party, soprattutto quelli del capolavoro “The Edge Of Twilight” e del brano “The Bazaar”, uno dei primi decisi esempi di contaminazione tra rock e cultura mediorientale ad opera del grande chitarrista e cantante Jeff Martin.
“Desert Electric” è dunque un viaggio (nella più vera e pura concezione del termine) nel deserto, caldo e all’apparenza inospitale territorio dove inferno e paradiso giocano a nascondino tra bellezze naturali, popoli e culture dimenticati dal tempio ed insidie di ogni genere.
Non una nota che non sia poesia, tra le atmosfere descritte e tocchi eleganti e suggestivi ora di progressive rock, ora di blues, all’ombra del sole del deserto, contaminato, fuso, elaborato in un sound che non ci lascia un attimo “soli”, ci tiene stretto in un abbraccio caldissimo, mentre il sole piano piano scompare tra le dune. La colonna sonora di questa meraviglia paesaggistica è disegnata da brani capolavoro come “Breathe With Me Slowly”, “Gilgamesh”, la splendida “In The Garden” e a seguire ogni nota che compone le nove tracce di “Desert Electric”.
Musica che scalda il cuore, senza barriere di sorta, meraviglia di cui in tempi come quelli in cui viviamo diamo sempre meno importanza, presi dal mal di vivere e dall’odio che ci consuma. Senza mezze misure, uno degli album dell’anno!
