Presenziare ad un concerto di Johnny Marr è un evento. Lo si è immediatamente capito quando si è entrati nell’accogliente Estragon di Bologna. Un’età media molto alta (parliamo di persone sui 50 anni), con qualche chiara e normale eccezione, una bella colonia di turisti inglesi che non hanno perso l’occasione per vedere da vicino un loro mito e un alone di nostalgia per i tempi andati che non ritorneranno più, sono risultati gli ingredienti tangibili e immaginari che si sono carpiti da subito. Non è un caso che quando l’ex chitarrista degli Smiths è salito sul palco sia stato accolto da un boato, che si è ripetuto ogni qualvolta ha riproposto un classico della sua band madre (gli Smiths per i pochi che non lo sapessero). A proposito, i giovani virgulti che lo hanno accompagnato si sono dimostrati bravi e preparati, tanto da riuscire, soprattutto, nei brani degli anni ottanta a ricreare quelle atmosfere che ancora oggi fanno sognare. Nel corso della serata sono stati riproposti i migliori pezzi del Marr solista come “Easy Money”, la malinconica “New Town Velocity” e “Generate Generate” che hanno trovato il riscontro positivo del pubblico che ha ballato e cantato senza soluzione di continuità. Stessa cosa, anzi di più, quando si sono materializzate le pietre miliari con cui si fece conoscere insieme a Morrisey. “How Soon Is Now” è ancora oggi micidiale e struggente, “Panic” ci ha riportato indietro nel tempo all’Inghilterra post punk e “Big Mouth Strikes Again” si è rivelata in sede live una cavalcata rock di quelle imponenti e possenti che, ad esempio, gli Oasis non sono ancora mai riusciti a scrivere. L’unico rammarico rimane quello di non avere ascoltato una sola canzone del progetto unico e meraviglioso dei The Healers che rimane, a questo punto, una specie di evasione che il nostro si è concesso nei primi anni del nuovo secolo. Alla fine dello show, durato un’ora e mezzo esatta (ed in cui c’è stato spazio anche per una cover, ovvero quella di “Passanger” di Iggy Pop), la sensazione che abbiamo incamerato è quella di aver visto un mito underground della musica, uno di coloro che sono molto più importanti di quanto si possa pensare per il rock mondiale. Lunga vita a Johnny “Fuckin” Marr!

(Francesco A. Brunale)

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