Coverdale, il leggendario cantante di Deep Purple e Whitesnake, saluta le scena. Ricordiamolo album per album

A 74 anni, dopo oltre oltre mezzo secolo di carriera, Mr. David Coverdale ha deciso di ritirarsi. Nonostante fosse ormai chiaro che le sue condizioni fisiche rendevano difficile registrare musica e praticamente impossibile portarla in tour, la notizia ha deflagrato, perché David Coverdale è un protagonista di primo piano della musica rock che abbiamo amato e che continuiamo ad amare, uno che appartiene a quella decina di autentici miti viventi che non si vorrebbero mai veder scomparire. Abbiamo così pensato che è giusto rendere omaggio a colui che ha reso grande l’hard rock su due sponde dell’oceano, ripercorrendo la sua immensa discografia di studio album per album, con il solo splendido “Live In The Heart Of The City” a rappresentare la lunga lista di dischi dal vivo che un giorno – perché no? – tratteremo con un articolo specifico. Per ora direi che c’è abbastanza materiale per essere felici!!

Deep Purple “Burn” (1974)

L’avventura di David Coverdale nella musica comincia con un demo registrato malamente per un annuncio sul Melody Maker e consegnato a una segretaria. Ma la voce che c’è lì dentro è sufficiente a convincere chiunque e David riceve l’inattesa chiamata dei Deep Purple. Da un giorno all’altro, a 23 anni, diventa il cantante di una delle band più grandi del pianeta. Il primo botto arriva con “Burn”, un disco che fa la storia. Il riff di apertura non viene delittuosamente considerato fra i cinque migliori mai registrati, il pezzo è un arrembaggio sonoro che ti travolge. Il resto del disco è dello stesso livello, con una “Might Just Take Your Life” che ha il valore di un singolo di successo, “You Fool No One” che sarà un punto fermo dei concerti dei Purple e una “Mistreated” che insegna al mondo come si fa ad arroventare un blues fino a farlo diventare incandescente.

Deep Purple “Stormbringer” (1974)

La famiglia Purple non è esattamente un esempio di armonia, cominciano a emergere le prime difficoltà di convivenza con il bassista e co-cantante Glenn Hughes e lo scontento generale di Ritchie Blackmore. Ma siccome il talento è incontestabile, “Stormbringer”, che sdogana del tutto la svolta verso i ritmi funky dei Purple, pur non raggiungendo le vette del predecessore, è ancora vicino al capolavoro, con una titletrack ancora una volta travolgente, una fenomenale “Lady Double Dealer”, un autentico pugno in faccia soprattutto live e un pezzo storico e semplicemente meraviglioso come “Soldier Of Fortune” che resterà attaccato a David per tutta la vita.

Deep Purple “Come Taste The Band” (1975)

Blackmore se ne va, i Deep Purple valutano se terminare la corsa o continuare e optano per la ricerca di un sostituto. E’ David Coverdale, ormai guida della band, a reclutare Tommy Bolin dopo averlo sentito su “Spectrum” di Billy Cobham. Chitarrista assolutamente eclettico e originale, Tommy entra con entusiasmo e cambia decisamente l’approccio chitarristico del gruppo. L’album non viene ricordato per picchi particolari, se si eccettuano il singolo “You Keep On Moving”, unico pezzo scritto insieme da Coverdale e Hughes che fa pensare a quanto avrebbero potuto fare riuscendo a convivere un po’ meglio, e forse “Lady Luck” e “Love Child”, abbastanza strutturati dove buona parte del disco invece è simile a una lunga (e bellissima) jam session. Comunque è il passo finale. Durante il 1975, piegati più dalle dipendenze di Bolin e Hughes che dai problemi musicali, i Purple si sciolgono (Tommy Bolin morirà l’anno dopo). David Coverdale parte per una nuova carriera.

David Coverdale “White Snake” (1977)

Affidandosi alla produzione di Roger Glover e reclutando il chitarrista Micky Moody, che resterà con lui a lungo, David realizza il suo primo album solista, interlocutorio per la mescolanza di stili: “Lady” e “Goldie’s Place” sono quasi rythm and blues con tanto di fiati, mentre la title track è alquanto purpleiana e “Blind Man” una ballata di primissimo ordine. Accolto in modo abbastanza indifferente dalla critica e dal pubblico, il disco ha l’indubbio merito di suggerire a Coverdale il nome che farà la sua definitiva fortuna”.

David Coverdale “Northwinds” (1978)

Questa è la gemma nascosta del repertorio di David, un disco stavolta decisamente centrato nello stile, nei suoni e nelle canzoni. Peccato che non si sia portato con sé nel futuro quasi niente, a parte qualche volta la grandiosa “Say You Love Me” (un altro pezzo che fa già intuire la vocazione di Dave per le power ballads di cui sarà maestro) perché, anche a detta dei die hard fans, “Northwinds” vale forse di più di una parte della produzione degli Whitesnake successiva. Merito della collaborazione con Moody che funziona, del contributo di Roger Glover, stavolta anche al basso, di una voce che dà il meglio di sè sia quando c’è da spingere (“Keep On Giving Me Love”, “Queen Of Hearts”) che nei momenti in cui c’è da modulare (“Give Me Kindness”). Nel momento di partire per il tour promozionale di questo disco, David mette insieme una band, in cui entra anche il chitarrista Bernie Marsden, che costituirà l’ossatura degli Whitesake, ormai sul punto di nascere.

Whitesnake “Snakebite” (1978)

In origine un EP, poi ripubblicato con altre quattro tracce tratte da “Northwinds”, ma siccome delle quattro canzoni originali fanno parte “Come On”, con cui aprirà i concerti per un lungo periodo, e “Ain’t No Love in the Heart of the City”, una meraviglia come potete sentire nell’imperdibile “Live In The Heart Of The City” (appunto) vale la pena di citare questa, che resta comunque la prima uscita ufficiale degli Whitesnake.

Whitesnake “Trouble” (1978)

La band si completa, più o meno, con Moody e Marsden alle chitarre, Neil Murray al basso e soprattutto, l’arrivo dell’ex Purple Jon Lord alle tastiere, salito in corsa e chiamato a rifare tutte le parti di tastiera. Un contributo che davvero cambia pelle all’intero lavoro. Disco che ha dentro un entusiasmo contagioso, testimoniato dalla presenza di numerosi pezzi dall’andamento sostenuto, a cominciare dall’iniziale, arrembante “Take Me With You”, che risentiremo spesso anche in futuro o da “Lie Down”, fino alla conclusiva “Don’t Mess With Me”. Il resto è ottimo rock blues, suonato con foga e precisione e sostenuto dalla voce di mr. Coverdale al suo meglio. Un disco che non annoia mai, anche se il futuro riserverà cose ancora migliori.

Whitesnake “Lovehunter” (1979)

La band non aspetta neanche un minuto a rimettersi al lavoro dopo il successo di “Trouble” e qui arriviamo all’inizio della (prima) epoca d’oro degli Whitesnake, quella in cui da reduci dell’hard rock blues anni ’70, cominciano a rivelarsi anche come ottime macchine da singoli. “Lovehunter”, la canzone, è un esempio lampante di questa capacità, sfoggiata senza comunque concedere un centimetro al pop. Rock duro, robusto, ma naturalmente accattivante. E comunque, fra ritornelli cantabili e appassionanti, restano pezzi enormi come “Walking In The Shadow Of The Blues”, che ricordano a tutti che qui siamo di fronte a due ex Purple (e anche al loro produttore storico Martin Birch). La conclusiva “We Wish You Well” verrà a lungo utilizzata dagli ‘Snakes per chiudere i concerti. Questo disco porta con sé anche le polemiche sulla copertina: la donna nuda col serpente che le scorre tra le cosce non supera la censura americana e viene coperta con un cartone.

Whitesnake “Ready An’ Willing” (1980)

A completare la line up forse più classica (e certo più amata) arriva anche Ian Paice alla batteria, portando a tre gli ex Deep Purple. Disco d’oro in Uk, questo è l’album che consacra gli Whitesnake come macchina da singoli: “Fool For Your Loving”, la titletrack (usata anche live per il botta e risposta col pubblico), “Sweetalker” sono autentiche bombe che non possono passare inosservate. E anche il resto della tracklist, che ripropone anche la bellissima “Blind Man” dal primo disco solista di Coverdale, è di altissimo livello. Non c’è un filler che sia uno, tutte canzoni da conservare.

Whitesnake “Live In The Heart Of The City” (1980)

Degli Whitesnake ci sono vari live e non è che possiamo includerli tutti, ma questo, due dischi diversi registrati all’Hammersmith Odeon, uno nel 1978 ancora con qualche reminiscenza Purple, e l’altro nel 1980 a seguito del successo di “Ready An’ Willing”, fa la storia e sta fra gli storici doppi live delle grandi rock band, insieme a “On Stage” dei Rainbow, “Live Bootleg” degli Aerosmith, “Strangers In The Night” degli Ufo. Un gradino sotto, vabbè, all’immenso “Made In Japan”, con cui condivide il produttore (sempre Martin Birch). Una cavalcata travolgente fra i singoli della band e in più, nel disco del 1978, una “Mistreated” di dieci minuti che ti porta via…

Whitesnake “Come An’ Get It” (1981)

La solita travolgente energia e la solita band ormai consolidata e perfetta. “Come An’ Get It” è l’album degli Whitesnake che arriva più alto in classifica. E anche se rispetto ai due precedenti, a parere esclusivo del sottoscritto, si perde qualcosa nell’unicità delle canzoni, non c’è appunto che si possa fare a questa quarantina di minuti di grande hard rock blues, nei quali fra l’altro si evidenzia che il bassista Neil Murray non sta lì in mezzo a tre Purple e a due chitarristi già mitologici a caso, ma per la qualità delle sue linee. “Don’t Break My Heart Again” e “Would I Lie To You” sono i singoli (orecchiabilissimo il secondo) che lanciano il disco nell’alta classifica, ma la foga di “Hot Stuff” e il bellissimo incedere di “Hit And Run” non valgono meno.

Whitesnake “Saints & Sinners” (1982)

Pensare che questo è l’album della crisi… Durante le registrazioni, una band stanca e scontenta dei risultati economici (Dave per primo) si sfalda, rendendo complesse le registrazioni. Quando il disco è finito, tutti gli Whitesnake originali eccetto Micky Moody (uscito e poi rientrato) sono stati sostituiti. Eppure questo è il disco che contiene “Crying In The Rain” e soprattutto “Here I Go Again”, la hit che probabilmente consegna David Coverdale al mito, anche se la versione qui contenuta verrà migliorata in seguito. Davvero, si fa fatica a scovare gli indizi di una band in crisi. Dov’è? Nei due giri rock’n’roll abbastanza scontati di “Rough An’ Ready” e “Bloody Luxury”? Ma poi abbiamo la titletrack che ti annichilisce e il ritornello killer di “Victim Of Love”. Insomma, se è un addio ai classici Whitesnake, non è assolutamente mesto.

Whitesnake “Slide It In” (1984)

Della band classica resta solo Micky Moody, ma il suo disagio continua e la convivenza con i nuovi Whitesnake Mel Galley, Cozy Powell e Colin Hodgkinson, non funziona. Prima della fine del tour che promuove questo disco, Moody sarà fuori e al suo posto arriverà John Sykes, pronto a scrivere un’altra pagina luminosa della storia della band, come vedremo. Questo “Slide It In”, per cui viene richiamato a lavori in corso il solito Martin Birch, non pecca ancora una volta nella qualità delle canzoni. Il vecchio rock blues lascia un po’ alla volta il passo a qualcosa di più orecchiabile, che piace al mercato americano, quello dove si guadagna davvero. E’ proprio in Usa che “Slide It In” remixato completamente per conferirgli un’energia che nella prima versione mancava, incontra la sua fortuna. “Slide It In”, la canzone, mostra in effetti il volto un po’ più aor degli Whitesnake. Così anche “Guilty Of Love” e “Love Ain’t No Stranger”, “Give Me More Time”. Niente si snatura, sia chiaro, il suono è potente e la voce di più. Gli Whitesnake sono pronti per la classifica mondiale, quella vera.

Whitesnake “Whitesnake/1987” (1987)

Siamo in pieni anni ’80, forse i più gloriosi per il metal, quelli in cui le copie si vendono a milioni. Da Los Angeles e da San Francisco in particolare, nuove schiere di band metal agguerritissime si candidano a salire sul trono. E’ a questo punto che il vecchio David Coverdale (vecchio poi, aveva 36 anni, mica 90…) lancia un ruggito talmente terrificante da rimandare a cuccia tutti i giovani pretendenti. Da noi si chiama “1987”, in America si chiama “Whitesnake”, in Giappone “Serpens Albus” ma la sostanza è sempre la stessa: dodici martellate violentissime sorrette da una voce devastante e da una chitarra, quella di John Sykes, che sembra suonata dal demonio. Da dove cominciare? Dalle nuove, stordenti versioni di “Crying In The Rain” e di “Here I Go Again”? O da “Still Of The Night”? O dal terremoto che è “Straight For The Heart”? Da dove volete, il fatto è che negli Usa questo disco vende 8 milioni di copie, poi saliti a 10, e nel mondo attualmente ha superato i 25 milioni. Peccato che la band ancora una volta si sfaldi. In tour ci va un signor gruppo, del tutto differente da quello che (grazie a Sykes e al redivivo Neil Murray) ha creato questa meraviglia. Adrian Vandenberg, Vivian Campbell, Rudy Sarzo e Tommy Aldridge non hanno neanche bisogno di presentazioni e contribuiscono anche loro, al trionfo del serpente bianco.

Whitesnake “Slip Of The Tongue” (1989)

Una band stabile in pratica non c’è più. Per questo disco Coverdale, che ormai può tutto, arruola nientemeno che Steve Vai. Ma la magia del mastodontico predecessore non si rinnova. Si sente in particolare uno spostamento ormai davvero troppo pronunciato verso sonorità più friendly e meno aggressive. Il disco arriva comunque al decimo posto delle classifiche sia in Usa che in Inghilterra, ma il fatto che il primo singolo sia una riedizione di “Fool For Your Loving” è significativo di un’ispirazione per la prima volta calante. In mezzo a tutto questo discorso  resta una certezza: la voce di David Coverdale è ancora quella, non ha perso un grammo di smalto. E’ comunque il passo d’addio. Dopo un mega tour gli Whitesnake nel 1990 si sciolgono.

Coverdale/Page “Coverdale/Page” (1993)

Eccola qua, la collaborazione che magari tutti prima o poi hanno sognato, l’unica mai realizzata fra uno Zeppelin e un Purple. Merito di una serie di fortunate coincidenze. Dave lontano dal music business da quasi tre anni, Jimmy interessato a una reunion dei Led Zeppelin poi saltata. Uno in attesa di qualcosa, l’altro con idee e materiale già pronti. Fu l’executive della A&M John Kalodner che, conoscendo la situazione di entrambi, propose una collaborazione. A Dispetto delle forti personalità, la cosa funzionò e i due cominciarono subito a scrivere insieme. Alla fine sembra più Dave ad aver fatto un passo verso il mondo Zeppelin che non viceversa. I riff di Jimmy sono tipici suoi, mentre la voce di Coverdale è spesso portata ad acuti simili a quelli di Plant (basti l’apertura di “Shake My Tree”). C’è comunque spazio anche per brani tipicamente Coverdale, come “Waiting On You” o le immancabili ballad “Take Me For A Little While” e “Don’t Leave Me This Way”. In generale è un ottimo lavoro, certamente il migliore di Page da molto tempo e da classificare fra quelli ben riusciti anche dell’ex Whitesnake. C’è anche un tour, meno trionfale del previsto, come lo sono le vendite, per cui il progetto non prosegue. Ma è stato un bel momento per tutti.

David Coverdale & Whitesnake “Restless Heart” (1997)

Unico disco attribuito sia al cantante che alla band. David aveva lavorato su materiale solista e anche dal vivo aveva cominciato a proporsi col suo nome, ma la nuova label chiese di riesumare il nome più amato. E quindi le sessions già in parte realizzate col chitarrista Adrian Vandenberg, vennero completate con la doppia intestazione. Rispetto al punto in cui ci si era lasciati, l’album è una mezza soddisfazione e una mezza delusione, perché se la voce di Dave continua a fare sfracelli, la musica è decisamente radio friendly, molto americana nella produzione e anche nella maggior parte delle melodie. Manca un po’ quell’alternanza sempre garantita in passato, fra solido rock blues e hit da classifica. Fra gli episodi più hard  la titletrack, con un bel solo di Vandenberg (che a dispetto della lunga militanza sul palco con gli Whitesnake compare solo in questo disco come musicista), e il bel finale del disco con “Take Me Back Again” e “Woman Trouble Blues” dove finalmente ritroviamo il Coverdale dei bei tempi, quasi che questi pezzi provenissero, specie il secondo, dal lavoro con Jimmy Page.

David Coverdale “Into The Light” (2000)

La riesumazione del nome Whitesnake non funziona, Dave è stanco, perso, alla ricerca del vero se stesso, così si ferma praticamente per tre anni alla fine dei quali riemerge con il suo terzo disco solista (non ne faceva uno dal 1978). Già dalla copertina con il suo volto sfuocato e dimesso, si capisce che questo è un album di ricerca interiore. Che però, fortunatamente, David affida comunque alla sua anima hard rock. Sensibilmente aiutato anche nella scrittura dal chitarrista Earl Slick, uno portato alle collaborazioni illustri, Coverdale torna a un hard rock decisamente più potente delle ultime americanate. Sinceramente, nonostante lo scarso successo dell’album (forse ormai i tempi sono cambiati) qui si trova roba veramente bella e non scontata, come l’indiavolata “She Give Me”, o la potentissima “Slave”. Anche il singolo “Love Is Blind” e la ballad d’ordinanza “Don’t You Cry” sono decisamente dignitosi e adeguati per un mito dell’hard rock inglese. Un disco amato dalla critica ma sottovalutato dal pubblico, forse arrivato fuori tempo.

Whitesnake “Good To Be Bad” (2008)

Passa di nuovo parecchio tempo di silenzio, dovuto ancora all’insoddisfazione di Coverdale nei confronti dell’industria discografica e poi dopo undici anni dall’ultimo disco di inediti, miracolosamente riecco gli Whitesnake. Mr. Coverdale torna a casa: l’America ormai lo ignora o quasi mentre in Uk l’album vola al primo posto delle classifiche metal e al settimo assoluto. Band completamente rinnovata ancora una volta, potenza di fuoco notevole, produzione possente e un ritrovato ottimismo, testimoniato dalla scelta di mettere in apertura un pezzo sguaiato e positivo come “Best Years”. Il resto del catalogo non è da meno: “Good To Be Bad”, la canzone, è un assalto sonoro, “Got What You Need” può ricordare addirittura i suoi Deep Purple e la classica ballad, “All I Want All I Need”, è di alta qualità. Non a caso il disco ha successo e fa partire un mega tour mondiale concluso a Donington.

Whitesnake “Forevermore” (2011)

Fermato da un malanno serio alle corde vocali, David Coverdale deve aspettare tre anni per battere il ferro di nuovo caldo dei suoi Whitesnake. Ma poi torna. Addirittura più hard del precedente, grazie al fondamentale lavoro di Doug Aldrich alla chitarra (già nel disco precedente), “Forevermore” prosegue la nuova linea degli Whitesnake, risultando ancora una volta soddisfacente per la critica e ben accolto (anche se meno del predecessore) dal pubblico. Qui si può cogliere fior da fiore: l’iniziale “Steal Your Heart Away” fa saltare sulla sedia, “Love Will Set You Free” è un bellissimo singolo potenziale, come anche “I Need You”. “Dogs In The Street” è quasi heavy metal. In “Fare Thee Well” per la prima volta si avverte una sorta di sofferenza nel cantato di Dave. In generale un’altra ottima prova, una nuova vita degli Whitesnake che forse negli anni 2000 pochi si attendevano. Parte un altro tour mondiale e trionfale. E’ l’ultimo, ma ancora non lo sa.

Whitesnake “The Purple Album” (2015)

Torna la stanchezza, l’età diventa meno gestibile. Per altri quattro anni niente Whitesnake e poi quando tornano lo fanno con un album di cover dei Deep Purple. Il motivo non lo sapremo mai, ma è ovvio che nuove versioni di canzoni mitologiche come “Burn”, “Stormbringer”, “Mistreated” non possano aggiungere nulla a quanto detto dagli originali. Specie poi se si avverte chiaramente la sofferenza vocale di chi le canta, per quanto sostenuto da cori e da un muro sonoro ben gestito da una band ancora di alto livello (torna dietro le pelli Tommy Aldridge, mancava dal 1989). La critica lo tratta anche bene, c’è chi dice che Dave ha “tolto la polvere” da queste vecchie e gloriose canzoni. Trovo l’affermazione troppo ottimista.

Whitesnake “Flesh And Blood” (2019)

Per quanto anche qui ci siano belle canzoni e la solita potenza sonora, marchio di fabbrica degli Whitesnake, garantito in particolare da Reb Beach, chitarrista che rimane con Coverdale in tutta la vita degli Whitesnake del 2000, e di nuovo da Aldridge, il problema qui è che la voce di Dave se ne sta andando e le performance sono sostenute da grandi quantità di cori. Quello che forse è il più grande vocalist dell’hard rock britannico, non merita di claudicare così e la consapevolezza della fatica rende difficile l’ascolto di un album che in realtà non manca di belle canzoni (citerei “Flesh & Blood” e “Hey You” fra le altre). Questo è l’ultimo disco degli Whitesnake e di David Coverdale. Il farewell tour programmato per il 2022 salta a causa del Covid e anche alla fine dell’emergenza sanitaria, tutte le date vengono cancellate, perché nel frattempo le fatiche respiratorie di Coverdale sono peggiorate.

E così arriva il 13 novembre 2025. A 74 anni, con un discorso pronunciato con una voce ancora così bella che farebbe sdilinquire centinaia di suoi ammiratori (e soprattutto ammiratrici), David Coverdale con grande dignità e tranquillità annuncia che il suo tempo è finito e che si godrà un meritato riposo. E noi lo ringraziamo. Ha lasciato tanta musica che ci basterà per sempre. Goodbye and Good Luck, Mr. Coverdale.