Mi sono innamorato dei Deftones sin dal loro album di esordio “Adreanaline”, da cui ci separano trenta anni. Quella miscela potente di hardcore post punk e alt rock, su cui la voce strabiliante di Chino Moreno, disegnava melodie pazzesche, mi aveva stregato. Impossibile non ammettere che in quel momento i Deftoens fossero una cosa forse non del tutto nuovo, ma certamente diversa. Fino a “Deftones” del 2003, il loro quarto disco, li ho seguito con attenzione, poi li ho persi di vista, anche se ad ogni loro album ho dedicato attenzione, magari in ritardo. Esattamente come capita adesso per questo decimo sigillo, uscito lo scorso agosto e che solo ora riesco ad ascoltare con attenzione. Che dire? Lo avessi lasciato nelle retrovie, mi sarei perso qualcosa, le dieci canzoni di “Private Music” sono una sintesi di tutte le cose belle fatte dai Deftones, con una maturità adulta ed una grande consapevolezza. Meno volume e più classe, meno urla è più voce, in questo modo “Infinite Source” e “Souvenir”, con un ritornello maestoso, diventano capolavori di hardcore fuso allo shoegaze, mentre “Locked Club” e “Ecdysis” che poggiano sulla caratteristica ritmica killer, mostrano la band di Sacramento al massimo della forma, su suo terreno preferito di gioco. Colpisce la ballata “I Think About You All the Time”, che inizialmente spiazza per poi conquistare. Altro momento da mettere in evidenza è “Metal dream”, immaginatevi i Tool che provano a scrivere un hit per le radio, bellissima. Ottimo il lavoro del produttore Nick Raskulinecz (Trivium, Alice In Chains…), che leviga un suono potente e lo rende vellutato e ruvido allo stesso tempo, valorizzando i suoni bassi, che fanno da base all’intero scheletro dei pezzi. I Deftones, che raramente hanno deluso, con “Private Music” tornano a livelli altissimi, con un tocco di personalità in più. Album maturo e solido da ascoltare e riascoltare.