Mi pare giusto proporre una recensione di “Deliver Me From Nowhere” subito (Guarda il trailer del film qui), dopo la visione della prima proiezione serale il 23 ottobre scorso. Così da consigliare a tutti, springsteeniani e non, di andare a vedere questo film. Che non è un film musicale, è un film vero e proprio, intenso, drammatico, cupo, capace di far scoprire anche a chi non ha mai approfondito la materia uno Springsteen molto diverso da quello che crediamo di conoscere.
“Deliver Me From Nowhere” non è il classico film dedicato alla rockstar di turno: dimenticatevi lo schema classico di altre pellicole, anche fatte abbastanza bene, quali “Bohemian Rhapsody” o “Rocket Man”: la nascita del fenomeno, l’ascesa, la caduta e, magari sì o magari no, il ritorno.

Springsteen e in particolare il regista del film, decidono invece di concentrarsi su due soli anni della interminabile vita artistica del Boss: 1981-1982, Bruce Springsteen scende per l’ultima volta dal palco del tour mondiale di “The River”, esausto ma apparentemente soddisfatto. Ma ritrovarsi solo, in una casa per la prima volta sua, senza più paure, difficoltà e mete da raggiungere, pronto per entrare nell’ingranaggio dello show business, diventa presto un peso che lo schiaccia. E allora emerge un lato ancora inedito: Bruce trasforma in arte anche quella solitudine. Si chiude nella casa di Colts Neck con un portastudio a quattro piste, due microfoni, qualche chitarra, l’armonica. Cerca spunti drammatici, struggenti, storie di losers, di assassini, di condannati a morte, di vecchie strade e vecchie case che non ci sono più, e li incide più per se stesso che per il mondo.
Poi quando li riascolta scopre la magia di quelle canzoni, che finiranno nel suo capolavoro acustico, “Nebraska” (Leggi la nostra recensione del disco qui), ma in seguito anche nel disco che ne farà una star mondiale, “Born In The Usa”.
Inutile raccontare tutta la vicenda, ovviamente. Ma questa è la storia di un uomo che finalmente arrivato dove voleva, sente crollargli addosso il peso di tutto quello che ha sopportato per anni: la solitudine, la povertà, la lotta per emergere, i tradimenti, le fatiche. Tutto di colpo sembra pesantissimo e insopportabile, perché adesso non c’è più una direzione da prendere.

Fedele, oltre che al libro di Warren Zanes da cui è tratto, anche al racconto che Bruce stesso fa di sé nella sua autobiografia, “Deliver Me From Nowhere” ci mostra senza veli la depressione di Springsteen, la sua difficoltà nel rapporto con l’altro sesso (qui c’è una figura femminile giustamente valorizzata a fini narrativi, a cui nel suo libro il Boss dedica letteralmente una riga), i problemi legati al rapporto col padre e con la famiglia, la sua quieta sociopatia: il Boss sta bene sul palco, in mezzo alla gente, ma giù dal palco non sta bene quasi con nessuno, con l’eccezione di un Jon Landau praticamente santo per quel che ha sopportato in quel periodo. Si nasconde, sfugge, si ritira in se stesso, con la testa sempre china e le spalle incurvate.
Incredibile pensare a uno Springsteen del genere oggi, ma in fondo, nonostante adesso sappia gestire le sue crisi e abbia una famiglia e un entourage con cui certamente si ritrova a suo agio, il tema è sempre lo stesso. Springsteen vive per il palco e sul palco starà fino all’ultimo giorno. Nell’intervista a “Che tempo che fa” molti hanno pensato di ascoltare frasi scontate. Ma in realtà, quando Bruce ha detto che lui “fa tutto per il suo pubblico” ed è interamente dedicato ad esso, ha enunciato praticamente il manifesto della sua vita. E quando ha fatto riferimento alla ricostruzione della sua casa d’infanzia, ha voluto condividere qualcosa di molto importante. Lo vediamo nel film tornare e tornare in auto davanti a quella casa, restare lì da solo in macchina e ripensare al passato. Lo ha fatto davvero.

In definitiva, se pensate di vedere un concerto di Springsteen in versione grande schermo, lasciate perdere. Il piccolo pezzo finale di “Born To Run” dal vivo, con un Jeremy Allen White quasi trasfigurato nel Boss, identificazione totale che mantiene poi anche nelle parti drammatiche, ci mostra che sarebbe anche stato possibile. E invece qui siamo di fronte a tutt’altro. Alla storia di un artista, di un uomo, e dei suoi demoni, del suo smarrimento, della sua ricerca di una strada che non c’è più. È Springsteen, ma potrebbe essere un altro. In qualche momento della vita probabilmente, è stato ognuno di noi.
