Più che le band che hanno gettato le fondamenta dell’heavy metal, spesso sono gli epigoni a mantenere intatto lo spirito originale. Infatti mentre Iron Maiden, Judas Priest e Saxon, pur fedeli alla linea, si sono concesse più di una divagazione, con un ampliamento, più o meno significativo, dello spettro compositivo, i cosiddetti eredi “minori”, si sono presi meno rischi. Tra questi annoveriamo certamente i tedeschi Iron Savior, che da quasi tre decenni si ergono a paladini dello spirito del puro metal power, con vaghi aliti epici, legati anche ai ben più famosi Helloween e Gamma Ray, visto che tra i co-fondatori, usciti dai radar dopo tre album, c’è Kai Hansen, che di entrambe le band è, o è stato, mente e cuore.
Questo doppio album è il terzo capitolo di una trilogia, improntata per risuonare, con una produzione più attuale, materiale storico che torna a vivere con alcune modifiche e; possiamo dirlo, anche in virtù di una line totalmente rinnovata, se escludiamo il cantante e leader Piet Sielck; con una tecnica migliore. Inutile offrirvi una panoramica della scaletta, i fan sapranno riconoscere provenienza e qualche esclusione eccellente, mentre io non nascondo che ho perso qualche paragrafo della storia della band, anche perché i dischi me sono sembrati spesso simili come idea.
Tuttavia la scaletta di questi 16 brani mi piace (al numero 17 il rifacimento senza infamia e senza lode di “Starbraker” dei Judas Priest), non ci perdo il sonno, ma la ascolto volentieri, un paio di volte e poi rischia di essere dimenticato. Il pezzo che amo di più? “H.M. Powered Man”, tratta da “Battering Ram”, quinto lavoro del 2004, che ben rappresenta la copertina elaborata, sono quasi certo, senza fatica con l’AI.
