Era solo questione di tempo, ma era scritto che questo ragazzo inglese (Doncaster, 1997) diventasse il nuovo fenomeno del rock. Sin dai suoi primi passi ha esibito tutto il necessario per conquistare il pubblico: energia, personalità, voce roca, versatilità, immagine e soprattutto bei pezzi.

A dargli l’ultimo trampolino di lancio è stato Ozzy Osbourne, che l’ha voluto per la sua festa d’addio al palco, nel recente “Back to The Beginning”. Ed è stato proprio su quel palco che Yungblud ha conquistato il popolo dei metallari, con un’interpretazione carica di energia e passione del classico dei Black Sabbath “Changes”.

Naturalmente Dominic Richard Harrison, questo il suo vero nome, è figlio del suo tempo, quindi ingloba una massa enorme di influenze, come chi è cresciuto con pochi riferimenti fissi, ma ha navigato nelle più svariate playlist digitali e rovistato su YouTube senza una logica. Ecco così spuntare Muse, Shakira, The Cure, Elton John, Michael Jackson, Lenny Kravitz, persino Jane’s Addiction, Radiohead e tanto altro. Il tutto è però mescolato con grande talento, lo stesso che lo porta il nostro a suonare numerosi strumenti e che gli permette di scrivere brani emotivi, trascinanti, dolci ed arrabbiati. Rispetto ai primi ter lavori, questo “Idols” ha una verve più pop e punta dritto al cuore dell’ascoltatore, anche con un pizzico di ruffianeria, ma non percepisco la sensazione di furbizia, quanto piuttosto un’esigenza di scrivere melodie che rapiscono, scrivendo testi che sono totalmente dentro l’oggi, tra tematiche giovanili, sanità mentale, sessualità, ecologia e l’imbarazzante posizione dei potenti della Terra. E vi faccio una domanda: chi oggi, nel mondo mainstream, apre un disco con un pezzo di nove minuti? Eccovi servito “Hello Heaven, Hello”, un incrocio tra My Chemical Romance e Linkin Park.

“Idols Pt. I” con la seconda seconda parte, posizionata verso la fine, formano un’accoppiata meravigliosa, con un rocco cinematografico. “Lovesick Lullaby” , tra shoegaze, rap e pop, è un singolo che cancella tutto quello che ascolterete in giro, “Zombie”, “The Greatest Parade”, “Change”, vi regaleranno momenti di autentico piacere, e non c’è differenza tra pezzi lunghi ed elaborati ed altri che vanno dritti al bersaglio, come “Monday Murder” un proiettile di power pop o il coro incalzante di “Fire”, il pezzo più heavy del disco. “Ghosts” è una ballata di oltre sei minuti, che con il suo crescendo ritmico, mancava nelle radio da qualche anno. Chiaramente i suoni e la produzione sono più che attuali, direi che guardano al futuro e non suonano finti, perché la tecnologia è un mezzo non il fine. Tra brit pop, emo, alternative e moderno r’n’b, con “Monday Murder”, “War”, “The Greatest Parade” e la chiusura emozionante di “Supermoon”, immaginatevi Rufus Wainwright che incontra gli Stereophonics, scopriamo la versatilità di scrittura di questo ragazzo inglese che ha il merito di vivere il proprio tempo, senza guardare alle radici del rock. Per quello, forse, ci sarà tempo.

Con “Idols” Yungblud continua il suo viaggio verso il trono di miglior artista mainstream del pianeta e la meta è ad un passo.