Il magico processo della creazione artistica potrebbe descriversi con questa immagine: onde infinite che bagnano ogni volta una spiaggia diversa, la quale lascia al mare parte di sé e al contempo prende dal mare ciò che l’acqua ha depositato a riva. Adesso, immaginate che alcune di quelle onde siano Antonello Venditti, Ivan Graziani, Edoardo Bennato e magari pure i The Blues Brothers, e che la spiaggia che esse bagnano sia quella della Maremma toscana: nell’incontro tra l’acqua di mare e la sabbia della riva si muove un cantautore di nome Lucio Corsi, di cui si è sentito molto parlare in tempi recenti per la sua partecipazione all’ultima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Volevo essere duro” (al secondo posto nella classifica finale). “Volevo essere un duro” è anche il titolo del nuovo album di Lucio Corsi, uscito il 21 marzo 2025; si tratta del quinto lavoro in studio per il cantautore e musicista toscano – il primo, “Altalena Boy / Vetulonia Dakar”, risale al 2015.
In questo nuovo disco, il Nostro ha proposto una miscellanea efficace di melodie affini alla tradizione italiana degli anni ’70 e sonorità rock and roll di ascendenza oltre oceanica, il tutto impreziosito da una scrittura poetica e allo stesso tempo concreta e ricca di immagini. A livello testuale, Lucio Corsi ha cercato di rimanere più aderente al mondo ‘terreno’ e alle storie delle persone. In effetti, le canzoni di “Volevo essere un duro” sono gremite di personaggi imprevedibili e inaspettati, tratti tanto dalle esperienze personali dell’autore quanto dalla sua fantasia. Ne sono esempio “Francis Delacroix”, “Let There Be Rocko” e “Il Re del rave”, tutti brani che lasciano l’ascoltatore divertito e incuriosito dalle vicende che narrano. Le liriche di Lucio Corsi sono sempre permeate di un’ironia sottile e talvolta malinconica, epperò mai poco riflessiva, come testimoniano “Sigarette” e “Situazione complicata”; non mancano testi di speranza e leggiadra saggezza, com’è il caso di “Questa vita”.
Sebbene “Volevo essere un duro” ambisca ad essere un’opera più legata al mondo reale che a quello onirico, almeno rispetto al lavoro precedente “La gente che sogna” (2023), tuttavia emerge la volontà quasi istintiva da parte dell’autore di varcare la soglia verso un’altra dimensione. Una canzone come “Tu sei il mattino” lancia segnali di questo bisogno di muoversi a cavallo tra sogno e realtà, tra i quali, dopotutto, si fatica a discernere un confine netto: “Tu sei il mattino, una porta su Marte […] fu amore per la prima volta / io e te, tra la gente che non sogna” e ancora “poi si tolse il vestiti e non sembrava la realtà, però era tutto vero”. Non è un caso, infatti, che il titolo del pezzo che chiude il disco sia “Nel cuore della notte”, una splendida ballata pianoforte-voce che racconta storie diverse che sembrano intrecciarsi insieme per poi prendere ognuna la propria strada, con la libertà e gli interrogativi che soltanto la notte è capace di concedere.
Le canzoni di Lucio Corsi potrebbero definirsi la resa in musica di fumetti e drammi teatrali, grazie alla ricchezza non solo dei testi, ma anche dell’impianto strumentale, dove discorrono insieme pianoforte, chitarre acustiche ed elettriche, fiati e armonie vocali. Nel sound di Lucio si sente qualcosa di famigliare, che tuttavia non risulta mai banale e scontato; ascoltando le sue canzoni, tornano alla mente, tra gli altri, nomi come Elvis Presley e Billy Joel.
Dopo il fortunato esito della partecipazione al Festival di Sanremo, il buon Lucio Corsi sta conoscendo un momento di effettivo successo, potremmo dire, su larga scala: un tour con molte date sold out, interviste in televisione, folte schiere di nuovi seguaci. Di fronte ad un fenomeno simile, vorrei agire con cautela, evitando reazioni istintive nell’una e nell’altra direzione: di certo non mi accollo ai facili entusiasmi di chi ha scoperto questo nome (come quelli della tradizione a cui si ispira) due mesi fa e sente di esserne un fan ‘esperto’, epperò non mi aggrego nemmeno a rivendicazioni come “Io c’ero anche prima di Sanremo!” da parte di chi già conosceva il Nostro e magari ora ne denuncia una rischiosa svendita al grande pubblico. Stiamo parlando di un artista che senz’altro non spunta fuori dal nulla, al contrario: con “Volevo essere un duro” Lucio Corsi ha pubblicato il suo quinto album in studio (non è poca cosa, considerando che è classe ‘93), felice nuova tappa nel percorso di quello che oramai è da considerarsi un musicista maturo, noto e stimato tanto dai colleghi quanto dai fan. Il fatto che la cerchia dei suoi ascoltatori si stia allargando sempre più non deve preoccupare: certo, a livello pratico potrà forse sembrare un artista meno accessibile di prima, almeno in termini di spazi di esibizione – vederlo in concerto all’Ippodromo di San Siro oppure al Teatro del Parco di Mestre sono due esperienze radicalmente opposte. È pur vero, però, che Lucio Corsi si è sempre esposto con sincerità e umiltà tali da ritenere difficile che, anche in questa fase di ciò che volgarmente si definisce ‘successo’, perderà la spontaneità che lo contraddistingue. E se in Italia un certo tipo di musica – scritta, suonata e soprattutto pensata – torna ad appassionare anche lo strato più superficiale degli ascoltatori, ben venga, e finalmente!
A metà maggio Lucio Corsi salirà sul palco dell’Eurovision a rappresentare l’Italia (gli ha ceduto il posto Olly, che avrebbe dovuto partecipare in quanto vincitore del Festival di Sanremo). Per il panorama musicale italiano si potrà così offrire un biglietto da visita inedito ed eloquente: “Volevo essere un duro” è una canzone che parla della fragilità e dell’affermazione di sé, due aspetti interiori messi a dura prova dal mondo di oggi. Alle pressioni del nostro tempo, Lucio Corsi risponde con personalità e coscienza di sé: “Non sono altro che Lucio”. Si percepisce una forza d’animo che già in “Danza classica” (da “La gente che sogna”, 2023) sentiva la necessità di esprimersi: “Sono anni che nessuno mi trasforma in qualcos’altro”. Ma come fai, Lucio?
