Capitanata dalla cantante Dorothy Martin, la band che porta il suo nome torna con il quarto album in dieci anni scarsi, un percorso che l’ha vista partire da un hard rock influenzato da quello storico degli anni Settanta per arrivare, oggi, a pubblicare una decina di brani che si distaccano completamente dalle influenze passate a favore di un approccio sicuramente più moderno.

I Dorothy odierni suonano infatti un hard rock potente e melodico, sguaiato quanto basta per mettere la voce della Martin in primo piano, potentissima e foriera di tempeste sonore all’insegna del rock’n’roll.

Archiviata la partecipazione di Slash su “Tombstone Down” (il brano più convincente del disco), l’album spara altre nove cannonate di moderno hard rock sostenuto da una ritmica solida, chitarre potenti e urlanti e una prestazione vocale che risulta il fiore all’occhiello di “The Way”.

La ricetta è per certi versi semplice: prendete in buona quantità dosi di Velvet Revolver, Black Stone Cherry, Halestorm e il Myles Kennedy solista ed avrete in mano il segreto di brani come  “The Devil I Know”, “Mud”, “Haunted Horse” (la più classic rock delle canzoni presenti) e “Superhuman”.

Dorothy Martin canta come se non ci fosse un domani, si prende la scena e lascia a Jason Ganberg (batteria), Leroy Wulfmeier (chitarra), Eliot Lorango (basso) e Nock Maybury (chitarra) il compito di accompagnarla verso la gloria commerciale che sicuramente non mancherà per la band californiana.

Un album piacevole, potente e melodico, moderno ed incisivo il giusto per accompagnare i rockers di tutto il mondo nei loro viaggi autostradali verso i live estivi.