Vorrei convincervi che Eddie Cochran è stato in fondo il primo proto-punk della storia del rock. Perchè il fatto è che in questa musica così rivoluzionaria fin dalla sua prima nota, i geni del cambiamento e della diversità c’erano fin dall’inizio e spesso hanno anticipato quello che sarebbe successo dopo. Non è solo il caso di Eddie, ci sono tanti altri esempi di progenitori del rock che in realtà erano già più avanti di quello che la gente era in grado di vedere. La rivoluzione è sempre stata presente e radicata in questa musica, la voglia di provare, di andare oltre, di sfidare e di cambiare ne è parte inseparabile.

Ma il caso di Eddie Cohran è il primo che mi viene in mente. Le analogie con il punk ci sono e le trovate anche esplicitate in vari articoli su Internet: un successo breve e folgorante, ottenuto con appena tre canzoni; una carriera brevissima e  finita prestissimo (è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente, anche se a differenza di Vicious e compagni Eddie non ne ha alcuna colpa); le performance brucianti, un’aria diversa da quella del bravo ragazzo, l’abbigliamento sobrio solo nelle foto di rito, le camicie aperte e i giubbotti di pelle, che lo hanno fatto spesso accostare al James Dean di “Gioventù Bruciata”, con cui ha purtroppo condiviso la sorte.

Poi ci sono ovviamente le differenze, perché in questi progenitori ovviamente le caratteristiche che ci interessano erano spesso latenti o sono state intuite solo dopo: Eddie non era uno spericolato, anzi detestava il ritmo massacrante dei tour a cui all’epoca venivano sottoposti i rockers; amava scoprire i suoni, la registrazione più del palco, anche se le sue esibizioni hanno fatto innamorare musicisti poi divenuti fondamentali.

Quella sera d’estate che cambia la musica

Il fatto è che tutte queste caratteristiche insieme, vale a dire la voglia di provare e scoprire e la netta sensazione di dover cambiare qualcosa rispetto alle smielate ballate che gli facevano cantare alla Liberty, la sua prima label, e anche rispetto a “Sittin’ In The Balcony”, il suo primo grande successo, peraltro da oltre un milione di copie, un giorno qualunque passato a cercare ispirazione insieme al paroliere Jerry Capeheart, provocarono la rivoluzione. Quel ritmo diverso, quegli accordi che rompevano con il classico giro di blues accelerato e imbastardito col country. Era l’estate del 1958 e nasceva “Summertime Blues” e non è sbagliato o eccessivo dire che niente sarebbe più stato come prima. Non si parlava più di cuore, amore e ragazze e neanche di scarpe di pelle blu, ma si raccontava di un ragazzo che non voleva andare a lavorare in estate e che si lamentava di essere troppo giovane per votare. Una canzone con parole che facevano pensare almeno un po’, invece di servire solo a condire le note e il ritmo.

Ma poi c’era quel modo diverso si suonare la chitarra, quella pennate in giù violente, che il punk farà proprie e che risulteranno ancora più evidenti e ispirazionali nei due successi che seguirono, “C’mon Everybody” e “Somethin’ Else”. Chi le ha sentite in concerto (e anche questo lo trovate in rete) conferma che basso e batteria viaggiavano con ritmo e violenza davvero punk. E non è quindi un caso che nel momento di provare a dare una brevissima carriera a Sid Vicious, esattamente vent’anni dopo, siano state scelte proprio queste due canzoni, reinterpretate dall’icona del punk in modo neanche poi tanto estremizzato rispetto all’originale. Non ce n’era bisogno, perché i semi erano già tutti lì dentro.

George Harrison

Quasi per caso

Pensare che Eddie aveva cominciato in tutt’altro modo: nato ad Albert Lea nel Minnesota nel 1938, (ma la sua famiglia era di Oklahoma City), fino a 15 anni non si interessò minimamente alla musica, ma poi si trasferì in California e lì per caso e per fare amicizie, cominciò a suonare rockabilly con un suo omonimo (ma non parente) Hank Cochran, con cui arrivò a incidere una session come Cochran Brothers per un’etichetta di Los Angeles (Ekko). Erano pezzi fra rockabilly e country, le passioni di Hank che però non erano le stesse di Eddie. Il sodalizio quindi si sciolse (Hank migrò a Nashville) ma portò nell’orbita di Eddie il paroliere Jerry Capeheart. Insieme registrano “Skinny Jim/Half Loved”, uno alla voce e chitarra e l’altro che batteva su una scatola di cartone, che per molto tempo fu la batteria del duo. Proprio Capeheart riuscì a far distribuire il singolo dalla Liberty. Ovviamente l’etichetta non colse il potenziale, cercava un clone di Elvis e quel ragazzo sembrava fare al caso loro, quindi non prese in considerazione le composizioni del duo ma fece incidere a Cochran “Sittin’ In The Balcony”. E diciamo che non si sbagliò (all’epoca il rock’n’roll andava via come il pane) portando Eddie Cochran a vendere oltre un milione di copie e a guadagnarsi una parte nel film “The Girl Can’t Help It”, dove compaiono i più celebri personaggi musicali dell’epoca, come Little Richard, Fats Domino, Gene Vincent (con cui Cochran strinse una solida amicizia).

Non era comunque quello che i due cercavano e così arriviamo a quella sera del 1958 in cui finalmente trovarono la pietra filosofale del loro sound.

A questo punto Eddie era una star e come tale doveva partecipare a quei massacranti tour a cui erano chiamati i musicisti di allora, con lunghissimi viaggi per tutta l’America e spesso tre spettacoli al giorno. Dal 1959 si creò la sua band, che lo seguiva in tutti i concerti, ma era anche già stanco di quella vita e aveva espresso la volontà di abbandonare i palchi per dedicarsi solo alla registrazione di musica. Cosa ci può essere di più rivoluzionario in un’epoca così remota? A convincerlo era stata soprattutto la morte dell’amico Buddy Holly (un altro che aveva sparigliato il mondo del rock’n’roll, portando musica e idee nuove), scomparso il 3 febbraio 1959 proprio in seguito a un incidente durante il tour.

Sting in Radio On

L’Inghilterra si innamora per sempre

Eddie decise che quell’anno avrebbe fatto la sua ultima fatica, ma era un impegno lunghissimo e quando approdò in Inghilterra insieme all’amico Gene Vincent, accettò di prolungarla per ben dieci settimane. Il passaggio in Inghilterra è il momento in cui l’influenza di Eddie Cochran sulla musica si concretizza in modo definitivo: in platea ai suoi concerti c’era Pete Townshend (e “Summertime Blues” appesantita e rielaborata, è uno dei grandi successi degli Who), c’era George Harrison che lo seguì in tutte le date. Di passaggio in passaggio, l’influenza di Cochran sulla musica inglese sarà forse più evidente che su quella americana. Fino appunto, al punk, a quelle pennate rabbiose che arrivano da un’epoca lontana e diventano marchio di fabbrica.

Pete Townsend

In Inghilterra è nata la Eddie Cochran Memorial Society. In un film, “Radio On”, del 1979, Sting impersona il gestore di un distributore di benzina fanatico di Eddie Cochran e la stazione di servizio è situata in un luogo profondamente simbolico: quel punto della strada fra Bristol e Londra in cui l’auto su cui Eddie, la sua ragazza e Gene Vincent viaggiavano il 16 aprile 1960, finì la sua corsa contro un palo della luce per lo scoppio di una gomma. C’è chi dice che i tre fossero tutti addormentati e Eddie ebbe la peggio, chi dice che lui fece scudo alla sua ragazza e per questo morì. Comunque sia andata, quella sera il destino consegnò Cochran all’immortalità, ma accidenti, forse quelle tre rivoluzionarie canzoni sarebbero bastate lo stesso.