Qualcosa cova sotto la cenere dell’indie rock italiano, a ogni latitudine ma in questo caso siamo a Reggio Emilia, da dove arriva questo ep ad opera di un gruppo di giovanissimi con le idee, se non chiare, davvero in fase di esplosione. Morte ai Miracoli, secondo gli stessi artefici, è un progetto (autoprodotto, come si deduce dal nome della label) che mette insieme tante cose (loro dicono un gran casino), ma lo fa con un entusiasmo che si auspica possa restare intatto quando il percorso musicale sarà più lungo e definito. E’ la voglia di suonare senza barriere, steccati di genere e dicendo tutto quello che ti va di dire. In sole cinque tracce c’è un bell’excursus nella musica indie rock, metal di vari sottogeneri, ritmi elettronici. A partire dalla iniziale “Ricorso Ai Miracoli” che echeggia i Verdena (influenza dichiarata) e forse anche un po’ gli Afterhours, per un pezzo che ha la dimensione del singolo e un testo davvero interessante che racconta il disagio di “vedere tutto sfuocato” e “portami via da qua”.
La successiva “Nodi”, riconducibile più o meno alle stesse influenze musicali ma più lineare, è una bella prova di capacità strumentale, con una batteria creativa e linee di chitarra molto incisive e riconoscibili. Da qui comunque chi si aspetta di aver capito il genere di Morte ai Miracoli resta spiazzato dall’elettronica e dalla musica inizialmente languida di “Skit Emo Per La Sopravvivenza” (un po’ di The Cure e un po’ di Chemical Brothers?) un divertissement sui ritmi per un brano che sembra percorso da una linea di corrente continua, fino a sfociare in un bel lavoro di tastiere.
“Illusioni?” si avvicina a un certo grunge di qualità (a noi per accordi e assonanze ricorda gli Alice In Chains, con tutto il rispetto), e pur con un inizio lineare mostra ancora una volta l’originalità delle scelte della band, andando a terminare in un clima quasi doom e con un suono frastagliato che si spegne in un finale a sfumare.
Infine “Voreux”, che per breve tempo si configura come una elegia quieta per poi gonfiarsi delle onde trasmesse prima dalla solita batteria incalzante e poi da un pieno di chitarra e tastiere, immaginiamo col piacere di scuotere la testa avanti e indietro abbandonandosi alla musica. Il finale è potente, dai toni drammatici e urlati, qualcosa che magari avrebbero potuto concepire i primi Radiohead. Ora, lo sappiamo che, Verdena a parte, è probabile che praticamente nessuna delle influenze musicali richiamate in questa recensione siano effettivamente quelle che ispirano questi ragazzi. Altra epoca, altre storie. Ma di certo anche a noi ha ricordato belle cose. E non mi pare poco….