L’importanza dei primi album dei Nightwish , almeno fino a “Once” e alla conseguente separazione dalla divina Tarja Turunen, è sotto gli occhi di tutti quelli che all’epoca si imbatterono nelle scorribande sinfoniche di cinque sconosciuti musicisti finlandesi, capitanati dal tastierista e compositore Tuomas Holopainen e portati nell’olimpo del power metal sinfonico dalla loro mostruosa singer.
La storia la conosciamo a memoria: fuori Tarja, dentro Annette Olson in coincidenza con un periodo di appannamento (non per colpa della brava Annette, va detto), almeno fino al secondo cambio di cantante con l’arrivo della carismatica Floor Jansen e di un sound diventato un blockbuster musicale che (personalmente) ho sempre trovato esagerato.
E mentre fan e addetti ai lavori in quasi totale unanimità benedicono il nuovo corso intrapreso dal gruppo, cinque anni fa il bassista, cantante e compositore Marko Hietala (nel gruppo a partire dall’uscita del bellissimo “Century Child” del 2002 fino a “Human :II: Nature” del 2020) dava alle stampe il suo primo album solista, il bellissimo “Pyre Of The Black Heart”, un lavoro intimo, maturo che si muove tra folk e prog in un contesto malinconico e fortemente nordico.

Quello che sembrava una parentesi, trova oggi il suo successore con “Roses From The Deep”, nuova raccolta di brani sempre all’insegna della libertà stilistica ma più vicino a un metal melodico e orchestrale che a tratti può ricordare le prime prove degli stessi Nightwish.
Diciamo subito che il Hietala più lontano da questi riferimenti è anche quello più convincente, a parte la parentesi “Left On Mars”, brano scelto come singolo e che vede la partecipazione in qualità di ospite di Tarja Turunen, il che è sempre un bel sentire.
E allora ecco che il sound, spogliato da un groove fin troppo moderno, riesce a dare il meglio con brani folk progressivi come “Two Soldiers” o il crescendo dickinsoniano del gioiello epico “The Dragon Must Die”, seguita poi dagli splendidi chiaroscuri acustico-elettrici di “The Devil You Know” e l’incedere sontuoso di “Rebel Of The North” che rievoca Maiden e Jethro Tull in un’unica forma, a formare con i brani descritti precedentemente il fulcro di questo lavoro.
Un buon ritorno, magari non proprio nelle aspettative di chi aveva amato il primo album, ma che conferma la bontà della proposta del percorso solista di Marko Hietala.
