Tailor’s Wave “Ajna” (Wanikiya, 2024)

Progetto nato nel 2020 da un’idea del cantante Rik Forsenna (Tombstone), che coinvolge il polistrumentista Samuele Sarti (Thee Outlaw, Thorobred’s), i toscani Tailor’s Wave si muovono all’interno del classic metal, con inserti di speed e thrash.  Questo nuovo lavoro, arriva dopo i buoni riscontri del debutto e di “Alchymja”, di cui “Ajna” ne è la logica prosecuzione, anche se si nota una solidità maggiore nelle composizioni, per un insieme che sviluppa un’attitudine più convinta. Se servono riferimenti, direi Anvil, Wild Dogs e Megadeth, e in generale il versante americano di metà anni ’80, anche se ‘Cobalt Mines’ possiede un groove tipicamente grunge/crossover. I dieci pezzi non perdono mai la bussola e tra riff killer, ritmiche spedite e refrain d’impatto, i Tailor’s Wave ci consegnano un terzo cd che è un deciso passo in avanti rispetto al passato, come dimostrano “Headless Train”, “Silent Memories” e “Butterfly Gala” sostenuta da un ritmo ipnotico. Sono tutti esempi di puro metal privo di compromessi. Da notare i testi, puntellati su critiche sociali ed emotive, che non cercano giri di parole, ma vanno dritti al punto. A dare un’impronta di originalità ci sono i cori e le voci di Fabio Bucci, che in alcuni casi si muovono in sintonia con l’ugola arcigna del titolare Forsenna (la band si completa con Rik Tormento al basso e Thomas Passanisi alla batteria), mentre in altri pezzi Fabio segue un proprio tragitto. Un buon album che non deluderà chi ama il classic metal. (Gianni Dell Cioppa)

Limite Acque Sicure “Un’altra mano di carte” (Minotauro, 2025)

In giro da due decenni i ferraresi LAS tornano con un nuovo lavoro a distanza di tre anni dal debutto che porta il loro nome. Lo stile è rimasto immutato, un prog rock sinfonico, che alcune volte svela una certa tendenza al lato oscuro della melodia, con un’idea quasi cinematografica. Lo si nota sin dall’iniziale ‘Joker’ che potrebbe essere la colonna sonora di un film noir italiano dei seventies. Sei brani che si aggirano sugli otto minuti e con ‘Natale 1944’ che supera i dieci, svelano la predisposizione progressiva nella scrittura, dove ogni dettaglio appare importante, anche se qualche lungaggine si potrebbe evitare. Bellissima ‘Chita’ con una fisarmonica che ricama la melodia, su cui si innesta la voce suadente di Ambra Bianchi, che regge anche lo sviluppo in crescendo della seconda parte. Ambra è la titolare femminile del microfono, ruolo condiviso con l’ottimo Andrea Chendi, per una coppia che funziona nel regalare emozioni ai brani. Nell’impasto strumentale sono le tastiere lo strumento che emerge maggiormente (ascoltate l’imperiosa ‘Strade perdute’), ma nell’insieme tutti i musicisti offrono ottime prestazioni, sia tecniche che negli arrangiamenti. Bella la copertina e la confezione. ‘Un’altra mano di carte’ è un album intenso, ricco di poesia e momenti drammatici, con bei testi, che sicuramente piacerà a chi apprezza il prog italiano. (Gianni Della Cioppa)

Rusty Groove ‘I’ll taste You Later!’ (Crono Music, 2024)

Si definiscono trio hard blues, e non trovo definizione migliore per questa band di Droneo, comune in provincia di Cuneo – cito Wikipedia – “Situato all’imbocco della Valle Maira su un contrafforte roccioso”: E in quel roccioso c’è il destino di Igor Marongiu (chitarra), Maurizio Giroldo (basso e voce); e Yuri Dell’Oste, (batteria), che mettono tutta la loro energia per sigillare la passione per un suono ruvido, puro e classico, dove citare Pat Travers, Frank Marino (ascoltate ‘Nobody Will Cross It’), Blue Cheer, gli Skid Row di Gary Moore e Rory Gallagher, diventa naturale, ma restando ai tempi nostri appuntare The Black Keys e Wolfmother non è fuori luogo. Tuttavia i Rusty Groove sanno aprirsi anche a momenti più emotivi, come in ‘Tonight The Moon…’, ballata blues, impreziosita da un organo e dalla voce femminile di Elisa Marchiaro, che anche altrove si fa apprezzare. Se il momento più intenso dell’album è ‘All My Wandering’ dove la chitarra solista la fa da padrone, non possiamo non citare ‘Rouge’ con la voce grattata e ruvida di Maurizio che regala autentici brividi, e il rifacimento credibile di ‘Spanish Boots’ del Maestro Jeff Beck (R.I.P.). In apertura dicevamo della provenienza del trio, quella Dronero omaggiata con la potente ‘Black Drake Town’ (la città del drago nero, simbolo di un’antica leggenda del posto), riproposta in una sincera versione acustica in chiusura. Bella la copertina di Andrea Dulicchio/Dale Cooper. Che bel disco ragazzi! (Gianni Della Cioppa)

Aether “Trans-Neptunian Objects” (Luminol Records, 2024)

Quartetto milanese che si muove nei meandri del prog strumentale, con contaminazioni fusion, jazz ed ambient. La cosa straordinaria? La band, dopo accurate prove, è entrata in studio ed ha suonato in diretta i cinquanta minuti scarsi che alimentano gli otto pezzi di questo secondo lavoro, replica ad un anno di distanza dall’ottimo esordio. Naturalmente i dischi privi di parti cantate hanno il loro fascino, ma allo stesso tempo rischiano di apparire noiosi, ma in questo caso l’intelligenza e soprattutto il talento dei quattro musicisti, ha evitato intoppi. La musica scorre serena, ci sono parti coinvolgenti ed altre più riflessive, ma di fondo non manca mai l’approccio melodico, che consente un ascolto sereno, senza per questo dover mantenere un’attenzione maniacale. Insomma c’è il gusto della fusione e del jazz, ma senza l’alone di sacralità che in alcuni casi questo tipo di sonorità richiedono. I musicisti degli Aether sono Andrea Ferrari, chitarre; Andrea Grumelli, basso; Andrea Serino, tastiere e Teo Ravelli, batteria. Mi chiedete almeno un titolo? Nessun dubbio ‘Neptune’. (Gianni Della Cioppa)