I leggendari Labyrinth tornano sulla scena con il loro nuovo album “In The Vanishing Echoes Of Goodbye”, pubblicato da Frontiers Music. Questo non è solo un altro disco nella loro discografia, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti che ridefinisce i confini del loro sound, portandoli verso sentieri molto più al fulmicotone rispetto al passato.
Dal primo istante di “Welcome Twilight”, con i suoi interventi epici in latino di sottofondo, è chiaro che la band ha intrapreso un percorso libero di sperimentazione ed espressione interiore, dando alla luce quello che loro stessi definiscono il loro album più pesante, veloce e arrabbiato di sempre, senza però sacrificare quella melodia malinconica e di classe che li ha sempre contraddistinti.

Foto di Roberta Baciu

Roberto Tiranti, come da tradizione e per il frutto del suo estro, offre una performance straordinaria, affrontando temi profondi e tremendamente attuali, consentendo in musica di riflettere su come sia sempre più difficile trovare il proprio posto in un mondo che evolve in modo illogico e feroce e soprattutto ad una velocità alla quale stargli dietro è pressoché impossibile: un messaggio questo che ben si sposa con la nostra grigia contemporaneità.

La libertà creativa ritrovata è palpabile in ogni singolo passaggio, nonché nella pregevolissima fattura del mixato. Olaf Thorsen e Andrea Cantarelli si trovano ad intrecciare riff che sono sia tecnici che emotivamente carichi e che riflettono la fiducia reciproca e il rapporto umano che c’è alla base: è abbastanza difficile che tra chitarristi ci sia la viscerale intesa che consente alle chitarre di suonare davvero e non emettere semplici note. E in questo variopinto insieme di palm muting e leads ricolmi di un meraviglioso chorus, Oleg Smirnoff non manca di aggiungere profondità, atmosfera e il giusto livello di virtuosismo. Sotto la granitica sezione ritmica composta dal bassista Nik Mazzucconi e dal batterista Mattia Peruzzi (la cui maestria ho avuto modo di apprezzare personalmente in più riprese) conferisce una tangibile solidità e potenza a ogni singolo brano.

Si noti come vi siano episodi che colpiscono duro con la loro energia travolgente, mentre in altri contesti l’attenzione dell’ascoltatore si cattura con melodie avvolgenti e arrangiamenti più sofisticati. Ogni canzone è in grado di trasportare l’ascoltatore in un percorso nella più vera esplorazione del contrappunto tra oscurità e luce.

“In The Vanishing Echoes Of Goodbye” non segue necessariamente formule predefinite. I Labyrinth hanno scelto giustamente di abbracciare una libertà totale e filosoficamente vera, svincolandosi da confini stilistici e permettendo a ogni membro della band di adottare il proprio linguaggio e farsi portavoce del proprio io in musica. Il risultato è un album autentico e coraggioso che non ha paura di osare e che, nella contemporaneità di dischi nati per “stupire forzosamente” ci dà invece una lezione importante: la musica deve nascere come espressione della propria creatività, per dire ciò che le parole e la quotidianità non ti permettono. E una band che fa così è una band vera, a cui i trend non importano nulla.

Questo disco non è meramente un fuoco d’artificio per i fan di lunga data. Credo di dire il vero ritenendolo un lavoro adatto per chi vuole sentire musica sincera. I Labyrinth dimostrano di meritare con onestà un posto fra i pionieri della New Wave del Power Metal italiano, contribuendo a portare la scena heavy metal nazionale a nuovi livelli insieme a band come Rhapsody Of Fire, Vision Divine, Necrodeath e Lacuna Coil, malgrado il dannato livello di esterofilia del paese.

I Labyrinth se ne fregano, alzano l’asticella e non posso che applaudire il loro coraggio, talento ed onestà, confezionando un disco che è un must per gli appassionati del genere e per chiunque cerchi musica che lasci il segno. E speriamo che non prendano alla lettera il titolo dell’album, perché c’è ancora bisogno di musica di qualità. Tanto.

10/10