Ammirazione e rispetto. Ci vuole ammirazione e rispetto per una band che, per lunghi quarant’anni, non è mai scesa a compromessi e ha sempre continuato, con coraggio e determinazione, a scrivere pagine di musica estrema in barba a qualunque trend esistente e, con notevole franchezza, anche a una notevole dose di bastoni fra le ruote.
Dopo 17 anni che seguo i Necrodeath (conosciuti in totale autonomia grazie a una compilation di Rock Hard Italy), mi ritengo fortunato e privilegiato per avere avuto i loro dischi e le loro canzoni tra i miei ascolti e non esserne mai stato deluso. Perché, signori, indubbiamente i gusti sono personali, ma non si può non rimanere oggettivamente stupiti per quanto è stato fatto dal 1985 a oggi da parte della band. Un gruppo, i Necrodeath, che diede linfa vitale a quei nuovi suoni feroci e inconfondibili, contaminati da Slayer e Venom, fra vari luoghi della Liguria. Ed è proprio al Dragun Pub di Camogli, un nascondiglio sicuro intriso di storie incredibili, dove il 22 gennaio sono stato testimone di un listening party del nuovo e ultimo lavoro della carriera dei Necrodeath, “Arimortis”.


Il listening party dei Necrodeath al Dragun Pub di Camogli
Una scelta, quella del Dragun Pub, secondo me giusta e rappresentativa della filosofia di vita degli artisti: fieri della propria creatura ma mai distanti dall’umiltà e dalla convivialità, dal concetto vero di essere gruppo e di avere considerazione dei propri fan. Le presenze non sono mancate, anche a fronte di un uggioso meteo. Curiosamente, 17 anni fa, al Jamba Live di Rapallo, dove Peso e Pier tennero una clinic, il meteo verteva in queste medesime condizioni e, per coprirsi dalla pioggia, non avevo che un sacchetto nero dell’immondizia per arrivare sul posto in scooter, condizione che lo scrivente ha, per uno scherzo del destino, replicato anche questa volta, evitando un uso improprio di articoli propri della nettezza urbana. In quel contesto, al mio arrivo con un sodale, Peso saltò su e non esitò a dire: “Regaliamo subito dei plettri a questo ragazzo!”.
Dicevo, quindi, folla importante, tanto da riempire il pub, e presenze graditissime, tra cui Barche a Torsio al completo, Daniele Pascali di Black Tears/Diamond Productions, nonché numerosi amici della band della zona. Tra un sorso di cervogia e profumo di panini piastrati, il rituale arriva a compimento e dall’impianto “Arimortis” si fa strada fra i timpani. Alla mia domanda di Peso se avessi già sentito il lavoro (al di là del singolo), ho replicato che ho volutamente atteso la serata per godermelo in diretta, per potervi raccontare con quanta più oggettività un album che ha un valore di un certo tipo, al di là del suo collocamento nell’excursus dei Necrodeath.
“Arimortis”

“Arimortis” è un’autentica botta in faccia, suonato con una veemenza e una cura incredibili. Credo che, senza esagerare, sia l’album che, a livello di sound, sia riuscito meglio nella loro carriera. I ragazzi non perdono mai di vista l’intelligibilità del suonato, senza fare sconti sulla furia iconoclasta del loro spettacolo. Dentro c’è tutta la rabbia, tutto ciò che è stato lasciato da parte per essere vomitato sulle nostre orecchie. Il music business spesso è una malattia atroce ed è arrivata l’ora di aprire gli occhi.
I brani sono talmente furiosi che scivolano via uno dietro l’altro senza mai far perdere la concentrazione o far venire voglia di cambiare musica. Come da tradizione, intro di chitarra acustica sinistra, largamente riverberata, precedono in più di un episodio i momenti più tetri e disturbanti del marchio di fabbrica Necrodeath.
Di fronte a quarant’anni di carriera, diciassette anni di fandom e un album così bello, devo solo ringraziare la band per averci dato tutto questo. Credo che questo album farà parlare molto di sé e, onestamente, il tour di supporto merita e deve essere seguito con attenzione.
In Italia abbiamo un onore: la sacra triade del thrash composta da Schizo, Bulldozer e Necrodeath. Phil Anselmo non parlò a caso quando menzionò i Necrodeath fra le band più entusiasmanti del nostro panorama. Credo dovremmo smetterla di preoccuparci della provenienza della musica, evitare di cadere nell’esterofilia e lasciare che la musica ci trasporti.
Anche se i Necrodeath chiuderanno il sipario e la commozione dello scrivente, in merito, è sconfinata, il ricordo e la testimonianza di 40 anni di carriera lasciano una traccia che il tempo non cancellerà.
The Flag Will Never Fade!
Edoardo Napoli – 10/10