Dopo dieci anni di assenza, tornano sul mercato discografico gli Alphataurus, gruppo storico proveniente dalla zona di Milano che nel 1973 ci regalò il capolavoro omonimo, uno degli album più quotati della fertile scena del rock progressivo italiano anni ‘70.
All’epoca, l’attività della band si interruppe piuttosto bruscamente dopo l’esordio, per poi riprendere saltuariamente, dapprima con l’uscita del materiale postumo di “Dietro l’uragano” (1992), poi, nel 2012, con il live “Live in Bloom” e con l’album in studio “Atto secondo”, e infine, nel 2014, con un’altra uscita dal vivo, “Prime numbers”.
In questo decennio non sono mancati gli eventi in cui la band si è esibita dal vivo, ma, purtroppo, nemmeno i lutti, infatti nel 2022 è scomparso Alfonso Oliva, bassista su “Alphataurus”, mentre quest’anno è stata la volta prima di Michele Bavaro, voce storica, e poi di Guido Wassermann, chitarrista (e non solo) in tutte le formazioni, compresa quella che ha composto ed eseguito “2084: Viaggio Nel Nulla” (peraltro, dedicato a tutti e tre).
Questo nuovo lavoro riprende il percorso congeniale alla band, innanzitutto dal punto di vista grafico, presentandosi con una copertina splendida a cura del batterista Diego Mariani, nella versione in vinile apribile in tre parti come il mitico esordio; per ciò che concerne l’aspetto musicale, si muove su coordinate più moderne, mantenendo pur sempre una struttura di alcuni brani alquanto complessa, secondo tradizione.
Relativamente alla parte testuale, essa assume un ruolo preponderante nell’opera e va a costituire un concept fantascientifico, con una visione distopica del futuro e svariati richiami filosofici, nonché esistenziali.
I quasi nove minuti di “Pista 6” aprono l’album attraverso tappeti di tastiere ed eleganti interventi di chitarra, costituendo il terreno adatto alle liriche della voce di Franco Giaffreda, dal timbro che in taluni frangenti ricorda Ivano Fossati, per un brano più vicino a territori cameliani piuttosto che a quelli del prog funambolico degli album precedenti.
La title track ha un’apertura sinfonica che introduce un andamento rock per un brano desideroso più della forma canzone che di virtuosismi sonori.
Elementi musicali più inclini al passato emergono con i fraseggi prog di “Flashback (Apocalisse)”, in cui duelli tastieristici e un testo importante, con tanto di inciso recitato, risultano molto efficaci per esprimere il dissenso verso le scellerate mancanze di chi gestisce il potere.
Tutto ciò è solo un anticipo di quanto riserva il brano successivo, “Wormhole”, che si sviluppa come una suite fluttuante tra momenti sinfonici, spunti arcigni e passaggi delicati, completati anche da parti corali accattivanti.
In “Meta e metà” sono protagonisti i synth e un testo ironico per un brano con puntate hardeggianti che poi lasciano spazio a divagazioni di organo e a un assolo di gusto.
Ancora privilegiata la forma canzone per l’ultimo pezzo, la einsteiniana “E=mc2”, in cui a dominare sono suoni acustici e la linea vocale, prima della chiusura sinfonica.
Troppo importanti gli Alphataurus per non prendere in considerazione un loro nuovo album e non ascoltarlo con attenzione, cercando di coglierne l’essenza che è quella di una band matura che ha scelto di esprimersi in maniera più razionale, rispetto all’esuberanza compositiva del passato.
Band:
Guido Wassermann – chitarre elettriche e acustiche, synth, campionatore e cori
Pietro Pellegrini – organo Hammond, synth e campionatore
Franco Giaffreda – voce, chitarre elettriche e acustiche, flauto
Andrea Guizzetti – pianoforte, synth e cori
Diego Mariani – batteria, glockenspiel e cori
Tony Alemanno – basso
