Ad un anno dalla pubblicazione di “L.A.M.F. – La leggenda di Johnny Thunders”, intervistiamo l’autore Andrea Valentini, per farci raccontare le sue sensazioni. E non manca la recensione del libro.
Ciao Andrea. Un piacere ritrovarti. Prima di partire che ne dici di presentarti brevemente ai nostri lettori?
Immatricolato nel 1970, mi muovo (o provo a farlo, a seconda dei momenti e delle congiunture) nell’editoria e giornalismo a livello principalmente musicale. Ma faccio un po’ di tutto, anche correzione bozze, copy, editing… tipo Arlecchino servitore di due (ma anche sei o sette) padroni.
Perché un libro su Johnny Thunders e non sulle New York Dolls, che probabilmente avrebbe suscitato maggior interesse?
Col cuore, ti rispondo: perché a me piacciono molto di più L.A.M.F., che Thuders incise con gli Heartbreakers, e il suo So Alone solista, rispetto ai pur ottimi due album delle NYD.
E poi come personaggio, storia e vissuto Johnny è da sempre l’ex bambola di NY che più mi intriga e affascina.
Un libro sulle NYD sarebbe poi stato più difficile e a mio parere troppo dispersivo, perché esaurito il breve periodo di esistenza della band e la reunion, si sarebbe trattato di seguire le vite e le carriere di tutti – Thunders, Johansen, Sylvain, Nolan e Kane fino a oggi (come sai Johansen è mancato da poco: era l’ultimo ancora in vita).
Ma secondo te la fascinazione per i “beautiful loser” da dove arriva? Perché ci innamoriamo di chi non ce la fa?
Perché ci fa sentire meno sfigati? Scherzo. Però il fascino del perdente è fortissimo e morboso, perché forse è più semplice identificarsi in queste figure. E poi il successo, per certi versi, è più noioso, no?
Quello che mi ha sorpreso è l’incredibile quantità di viaggi che ha fatto Johnny, praticamente un musicista è sempre su un aereo o su una macchina per raggiungere la prossima città. E spesso per finire in club marci, dove racimoli pochi dollari per uno show acustico. Insomma per le rockstar fa figo, ma per i “Johnny Thunders” è l’unica possibilità per sopravvivere.
Sì, in effetti viveva in maniera parecchio nomade e anche quando trovava un barlume di stabilità era, comunque, sempre costretto a rimettersi in movimento per girare il mondo a suonare, così da intascare un po’ di quattrini (anche pochi, certo). Questo perché non ha mai guadagnato grosse somme dai suoi dischi, quindi, come accade anche oggi a molti artisti, esibirsi dal vivo il più possibile (magari da solo, per non dividere il cachet con nessuno) era vitale. Una vitaccia dura, resa ancora più pesante dalla dipendenza.
Thunders viene descritto da tutti come un timido, come un buono, uno che ti ruba i soldi con il sorriso, ma solo per la droga. Quando secondo te nella vita di Thunders si è rotto l’argine ed è finito drammaticamente del mondo della dipendenza.
Difficile a dirsi con precisione, perché le poche testimonianze sono piuttosto discordanti. Di sicuro nel primo periodo con le NY Dolls non era ancora entrato nel tunnel e non usava droghe pesanti. C’è Iggy Pop che in passato si è vantato di avere introdotto Thunders all’eroina, ma Iggy – pur con tutto il bene che gli voglio – è un gran affabulatore ruffiano a cui è sempre piaciuto raccontarne di ogni, quindi chissà… di sicuro il problema grosso di Johnny risiedeva in un carattere fragile e nel bisogno di sentirsi sempre al centro dell’attenzione per colmare vuoti e traumi infantili: questo, dopo l’incontro con la droga, ha innescato un meccanismo letale.
C’è un passaggio del libro dove dici, in sintesi: ci piace pensare a morti misteriose dei nostri idoli, perché è bello romanzare, ma alla fine si tratta solo di droga, alcool e tristezza. Perché vogliamo mitizzare i nostri idoli anche quando scavano nella merda della vita?
Perché forse ci piace pensare che per loro tutto non finisca semplicemente/banalmente con un ago in vena o un infarto o un ictus, dopo tutto quello scavare nella merda della vita: il finale romanzato, per questi nostri idoli, è forse una specie di tributo e di riscossa che ci piace(rebbe) regalargli.
Cosa ne pensi musicalmente di Johnny Thunders? Musicalmente ha dato quello che poteva o aveva maggior talento di quello che ha registrato ed è stato frenato dalle dipendenze e dalla sua incapacità di gestirsi?
Domanda difficile… di sicuro l’apice l’aveva toccato, per quanto mi riguarda, con i già citati L.A.M.F. e So Alone. E quello che diceva di essere intenzionato a fare, andando a New Orleans, puntava verso una direzione secondo me più standard, meno elettrizzante (voleva mettere su una big band e di sicuro la verve punk/rock’n’roll non era più al centro dei suoi pensieri).
Le dipendenze l’hanno frenato? Non come sembrerebbe, secondo me. Nel senso che di sicuro ha offerto degli spettacoli pietosi dal vivo, a volte, e ha fatto session da dimenticare, ma per contro questo lato oscuro è stato anche il motore della sua musica migliore.
L’incapacità di gestirsi invece l’ha sabotato a livello personale e finanziario, senza il minimo dubbio.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il libro e come cazzo hai fatto a raccogliere così tanti dettagli, incrociando le fonti e le testimonianze?
A spanne direi che ci ho messo più di due anni (quasi tre), lavorando a strappi – soprattutto nei periodi estivi e quando gli altri lavori mi lasciavano respiro. È capitato di non toccare i file per mesi e ogni volta è stato difficile riprendere in mano le redini.
Le testimonianze dirette le ho raccolte con tanta pazienza, scrivendo a destra e a manca, per chiedere interviste… ma è stata una faticaccia. E mi sono preso anche dei bei rifiuti, oltre a essere ignorato da non pochi degli interpellati. Ma alla fine un bel po’ di materiale originale l’ho raccolto lo stesso.
Le altre fonti invece sono semplicemente centinaia e centinaia di pagine cartacee di fanzine e libri, siti web (preziosissimi per le vecchie interviste ripescate dai volenterosi di turno) e video. Per darti un’idea ho assemblato circa tre scatole grosse dell’Ikea di quelle di plastica piene di libri, fanzine e pagine stampate dal web.
Per non parlare dei dischi: mentre scrivevo ho comprato un bel po’ di bootleg che ancora non avevo per andare a caccia di foto, note, dettagli…
C’è qualcosa di Johnny, di importante, secondo te, che ancora non sappiamo? Hai dei dubbi su qualcosa?
Un dubbio in particolare mi resta: poco dopo la sua morte uscì, su Maximum Rocknroll o Flipside un’intervista a una chitarrista donna che diceva che avrebbe dovuto andare a raggiungerlo a New Orleans per unirsi alla sua big band in divenire. L’articolo l’ho letto di sicuro, avevo anche la fanzine all’epoca (ma non l’ho più trovata, dopo 30 anni!) e sono certo di non essermi inventato la cosa, ma nessuno ha saputo dirmi chi fosse questa musicista. Nemmeno un paio di persone vicine a Johnny, fra cui Phillys Stein che avrebbe dovuto andare a raggiungerlo a New Orleans insieme a Jerry Nolan. Questo interrogativo ce l’ho piantato in testa come un chiodo.
E poi ci sono le session registrate con il musicista italiano Luca Mainardi (r.i.p.), mai pubblicate… quelle le vorrei ascoltare… a quanto pare i nastri esistono ancora: andrebbero recuperati.
Alla fine ringrazi chi si è prestato a raccontare, a tenere viva la memoria di Thunders, ma anche chi si è messo di traverso e ti ha detto di “no”, quasi giustificandolo. Io invece non accetto quella gente che, come scrivi tu, ti dice “Cosa vuoi? Tu non c’eri, con che diritto vuoi raccontare queste cose?”. Lo faccio perché non lo fai tu coglione, questo è il motivo. Da dove arriva questa forma di gelosia, per cose che invece meriterebbero di essere divulgate, spesso da parte di gente che era ai margini? Ti sei fatto un’idea?
Ho cercato di essere zen e diplomatico, ma in realtà sul momento mi arrabbiavo parecchio anche io di fronte alle porte in faccia o agli atteggiamenti scostanti. Poi mi sono fatto l’idea che alcune di queste persone non ce la fanno più a parlare di Johnny, dopo tanto tempo e dopo averlo fatto a lungo, perché la ferita è ancora aperta: forse vorrebbero solo dimenticare tutto. Altre però sono state semplicemente sgradevoli e arroganti. Ma ringrazio tutti… ci penserà il karma –ammesso che esista – a pareggiare i conti: hehehe!
La gelosia per le storie credo sia qualcosa di infantile e immaturo, per cui chi ha vissuto certe cose non si fida di chi le vorrebbe raccontare, temendo che non venga resa giustizia al tutto. O, molto più banalmente, hanno paura di non essere al centro dell’attenzione se raccontano aneddoti a qualcuno che poi li riporta. E così finiscono per fare in modo che tutto venga dimenticato o magari travisato, solo perché non vogliono raccontare come sono andate le cose.
Nonostante qualche sussulto di crescita, l’Italia appare da sempre la periferia del mondo se parliamo di rock, anche in fatto di editoria musicale. Che idea ti sei fatto al riguardo, visto che tra suonare, scrivere, organizzare, sei nel giro da qualche decennio?
L’idea che mi sono fatto – e che per ora è ben cristallizzata – è che tutto ciò rimane confinato tragicamente a livello hobbistico. C’è chi gioca a calcetto, chi a padel, chi fa modellismo… e chi scrive libri sulla musica o suona o organizza. Fra mercato ristretto, abitudine a non volere pagare i contenuti e qualche deliziosa furberia che non manca mai il panorama – mi duole dirlo – è desolante. Poi magari sono solo io a essere un incapace o uno sfigato, ma non mi pare di avere sentito campane diverse, parlando con amici/colleghi che fanno più o meno le stesse cose. Siamo tutti hobbisti forzati… perché campare davvero scrivendo articoli di musica o libri di musica, per esempio, è come sperare di campare vendendo tappi di plastica bolliti.
Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Cosa dobbiamo aspettarci? O comunque c’è qualche altro artista o band che ti piacerebbe (ri)portare a galla?
In questo preciso istante no, non sto lavorando a nulla di preciso a livello di libri. Ho avuto una proposta, ma sono titubante. Comunque mi piacerebbe scriverne uno su Jeffrey Lee Pierce e i Gun Club, se proprio devo abbandonarmi ai sogni. Ma non credo che succederà…
Grazie a te Gianni!

La recensione del libro!
“L.A.M.F. La leggenda di Johnny Thunders” di Andrea Valentini (Tsunami, 2024)
Il miglior libro rock biografico scritto da un italiano? Uno dei migliori sicuramente. Andrea Valentini, decano della critica rock nazionale, ha speso anni a fare ricerche, studiare il musicista, l’uomo e il personaggio Johnny Thunders e naturalmente a collezionare il suo materiale e in tre anni ha redatto questo volume che, non ho dubbi, è e resterà l’opera omnia del musicista americano di origini italiane. D’altronde l’amore per i “beautiful losers” è una calamita per chi, come Andrea, ha sempre preferito rovistare nei bassifondi di questa musica, piuttosto che specchiarsi nelle vetrine lussuose delle classifiche.

E in questo senso Johnny Thunders è uno dei più grandi esempi, sempre barcollante, sempre pronto a rincorrere un misto di sogni e sfiducia, sempre pronto a promettere e a non mantenere, a mentire per un dollaro in più in tasca e, purtroppo, per una dose in più. Ma un uomo capace anche di slanci affettivi enormi, a delineare una sensibilità che alcune volte gli si è ritorna contro, in un’ambiente duro e complesso come quello rock. Scopriamo così il Johnny Thunders musicista, ambizioso e alcune volte deluso, ma anche il marito innamorato, il papà felice, spaventato dalle responsabilità e carico di sensi di colpa. Una persona bella, ma fragile, vinta dagli intoppi della vita. Fino alla sua misteriosa morte, come sempre raccontata in mille versioni, con la certezza che non sapremo mai la verità.
In libro in 320 pagine ripercorre la storia di John Anthony Genzale Jr., in arte Johnny Thunders, dai sogni rock’n’roll adolescenziali, alle leggendarie New York Dolls, gli incontri e scontri in una città malata e drogata, ma ricca di creatività e talenti, fino alla carriera solista, confusa e meravigliosamente attraente, con band che nascono, muoiono e rinascono nel giro di un giorno, con particolare attenzione per i ben più noti Heartbreakers. La storia è narrata con un’overdose di dettagli, ricca di episodi, dove possibile ci sono punti di vista diversi della stessa situazione, i rimandi biografici sono tantissimi e la cura delle informazionali è maniacale, con box di approfondimento che completano alcuni argomenti. La storia di Johnny è raccontata al meglio possibile ma, come dice l’autore: “La storia è raccontata per come ho potuto ricostruirla, perché in fondo come sono andate davvero le cose lo sanno solo i protagonisti che spesso, sono morti o hanno ricordi discordanti e quindi è stato necessario mettere più versioni”.
Alla fine ci sono varie interviste a personaggi, fotografici, manager, amici…, che hanno conosciuto Johnny, intervistati direttamente da Johnny. E potevano essere di più, se in molti non avessero rifiutato l’invito, per ragioni a incomprensibili, ma che l’autore rispetta. Buono anche il corredo iconografico, con belle foto, volantini dell’epoca e curiosità. Dettagliata anche la discografia, con un’analisi delle varie versioni per ogni uscita, vinile, cassetta o cd che sia, con tanto di scaletta dei pezzi.

Credetemi se vi dico che non serve essere fan di Thunders o delle Dolls, qui la storia è affascinante a prescindere, raccontata in modo magistrale, con una qualità di scrittura altissima, che vi terrà incollati pagina dopo pagina. Bellissimo!!
Andrea Valentini, classe 1970, ha ormai cambiato vita almeno quattro volte (ed è anche un po’ stufo). Attualmente si occupa di traduzioni, editing e giornalismo/saggistica musicale collaborando con varie case editrici e testate, ma ha fatto anche lo sceneggiatore, l’assistente universitario, il caporedattore, il fashion editor e il giardiniere. Con Tsunami Edizioni ha pubblicato i volumi 3.7.69 Brian Jones. Morte di un Rolling Stone, Kill ‘Em All e Venom. Metallo nero (1979-1982).
Dalla metà degli anni Ottanta scrive, suona, colleziona dischi e divora libri musicali – tutto il resto del tempo l’ha più o meno sprecato. Credeva di non essere malaccio, ma poi alla lunga ha capito di sbagliarsi. Que será, será…
