Ci occupiamo in ritardo del ritorno degli Estra, ma era doveroso farlo.
I trevigiani Estra sono una delle band più importanti di quel movimento confuso, ma meraviglioso che era il rock (alternativo) italiano degli anni ’90. Anche per una questione di vicinanza geografica ho avuto la fortuna di seguirne i passi sin dai loro esordi, vedendoli dal vivo sia prima che dopo il debutto, fino agli anni della notorietà, seppur circoscritta a chi quella scena, con Litfiba in testa e a seguire Timoria, Scisma, Karma, Ritmo Tribale e tanti altri, la seguiva con un affetto smisurato.
Ed è proprio grazie a quei fan che non hanno mai smesso di amarli, che gli Estra si sono permessi un ritorno discografico a 21 anni dall’ultimo, grazie al loro supporto, attraverso una raccolta di fondi considerevole, che ha superato abbandonatamente la cifra richiesta. Con tato di tour di supporto, che ha mostrato una band assolutamente in forma e credibile.
Il risultato mette in fila dieci brani, più un introduzione recitata di Marco Paolini, che odora di Estra in ogni accordo. Canzoni che non usano metafore, raccontano e disprezzano dove siamo arrivati, tra censure, una politica che urla e sputa (“Fluida Lol”), la follia del quotidiano (“Che ne è degli umani”), i barconi che affondano in silenzio di “Nessuno come noi” (“Stasera siamo in pena per tutti i migranti, tanti…” e il monito punk alla città eterna “Lascio Roma” (“Lascio Roma e i suoi schiavi caproni, lascio i fasci e le corporazioni, lobby, mafia in qualsiasi versione…”), il futuro che è oggi di “Nel 2026”, il blues malato di “Il peggiore”, il rock poetico di “Monumenti Immaginari”, il pezzo più vicino al Giulio Casale. In chiusura di disco splendono le ombre di “Notte poi” che si apre con un verso che dice tutto: “Hanno messo a morte il rock and roll… è già una nuova era… gli ultimi umani siamo noi… tu che farai per resistere”, che offre spazio ad un intervento parlato di Pierpaolo Capovilla, che ingigantisce la bellezza di un brano carico di tensione.
Necessita una riflessione in più la canzone che intitola il disco, sorta di ponte, nemmeno tanto invisibile, tra “quegli” anni venti ed oggi, un secolo che sembra passato inutilmente visto che tutto è tornato nero, ed infatti quando Casale canta “Erano gli anni, la regressività, la pace con i gas… Il Nero avvolge tutto, il Nero intacca tutto, Il Nero sta con tutto, il Nero è dappertutto…”, non lascia spazio a dubbio, è di oggi che canta.
Casale, con il suo timbro ancora più forte e teatrale, cementato dai tanti tour tra canto e reading, non offre soluzioni, dipinge l’oggi così come lo vede. Sono passati decenni, ma Giulio Casale è lo stesso ragazzino che a piedi scalzi sfidava la folla del concorso “Rock Targato Italia”, forse con meno sogni, ma altrettanta voglia di sbatterti la (sua) verità in faccia.
C’era bisogno di un disco così: crudo, diretto, suonato con maturità dalla band originale che dimostra una compattezza che commuove. Disco pieno di significati, che getta un’ancora di salvezza al rock italiano. Insieme si può!!

Eddy Bassan: basso, cori
Giulio Estremo casale: voce, chitarre
Nicola Accio Ghedin: batteria, percussioni
Abe Salvadori: chitarre, tastiere, cori
Produzione: Estra e Giovanni Ferrario
DISCOGRAFIA: Mentre il mondo era fuori (1992); L’assedio n°. 2 (1996); Metamorfosi (1996); Alterazioni (1997); Nordest Cowboys (1999); Tunnel Supermarket (2001); A conficcarsi in carne d’amore (2003; live); Gli anni venti (2024)