Tra le tante band di questo millennio che hanno alimentato il movimento progressivo che qualcuno si è divertito af etichettare neo neo prog, gli inglesi Frost* sono tra i miei preferiti.

Sorta di nazionale del prog britannico, guidata dal selezionatore John Mitchell (chitarra, canto), e che schiera o ha schierato musicisti dal curriculum senza fine come Jem Godfrey, John Jowitt, Nick D’Virgilio e Pat Mastellotto, per fare alcuni nomi, i Frost*, interpretano la materia con uno spirito del tutto personale. Naturalmente non manca lo spirito magniloquente ed esagerato del prog classico, tra Genesis e primi Marillion, se vogliamo parlare di due epoche diverse, ma lo interpretano in modo personale, con una certa dose di modernità nei suoni e nella produzione, con ritmiche più tecnologiche e tastiere, che pur alimentando cascate di melodia, suonano più attuali e, provo a farmi capire, sentetiche e computerizzate. Ma questo non impedisce a Mitchell di creare dei gioielli di musica fresca, attuale che ti rapisce più, per quel che mi rigatda, dei altri pur ottimi suoi progetti (Arena, It Bites, Kino, Lonely Robot, The Urbane).

Questo quinto album di studio è un’altra successione di gemme, quattordici nello specifico, con un paio di incursione di tre minuti circa e poi giriamo sui cinque, sei, otto fino ai quindici di ‘Life In The Wires (part.2)’, una finta suite che scatena l’estro strumentale dee protagonisti, Jem Godfrey alle tastiere è un fenomeno di tecnica e gusto, non da meno Mitchell alla chitarra. Colpiscono sempre le parti vocali, mai estreme, sempre misurate e in gardo di regalare vibrazione meravigliose ad ogni ascolto, dimostrando per l’ennesima volta che non serve l’estensione di un aquila per cantare bene. Citando alcuni titoli, ‘Life In The Wires Part 1’ è un capolavoro assoluto, il prog del terzo millennio che profuma di pop, ma non tradisce mai l’istinto di guardare oltre, poi ‘Evaporator’ classe e magia, mentre in ‘Idiot Box’ i Frost* giocano a fare i Muse e, credetemi, il confronto è dalla parte di Mitchell e soci. Non dimenticatevi dell’articolata ‘Moral And Consequence’ e ‘Starting Fires’, splendida chiusura di un album che ci riconcilia con il significato attuale di rock progressivo.