Pensare che ancora oggi c’è chi nel sentire nominare lo stoner sogghigna, come se la sua verità sul cuginetto del doom, del desert rock e della psichedelia fosse inattaccabile, mentre il genere ha regalato band e artisti diventati leggende di un certo modo di concepire il rock e il metal nella sua versione “stonata, pesante e fuori dal tempo” .heavy

Kyuss, Fu Manchu, Mondo Generator, basterebbero questi tre gruppi per collocare una statua di Brant Bjork nel bel mezzo della Sky Valley per essere glorificato da ogni freak, rocker, coyote o serpente a sonagli si riparasse all’ombra della sua mole, se poi aggiungiamo le tante collaborazioni e la sua ormai lunga carriera solista, ecco che stiamo parlando di uno degli esponenti più illustri del genere e del rock in toto.

Figlio dei fondamentali e magici anni novanta, il musicista statunitense licenzia sotto il moniker Brant Bjork Trio questo nuovo album intitolato “Once Upon A Time In The Desert” con l’aiuto del basso di Mario Lalli e della batteria di Ryan Gutt; l’album mette in evidenza il passato illustre del nostro ma si rivela pure un lavoro molto più rock oriented, sudista, sudato ed arrostito al sole della Valley.

Il trio gioca con atmosfere desertiche, lascive e sinuose sfumature psichedeliche, blues e southern, estraendo dal cilindro nove brani che se non raggiungono le vette del passato, sono sicuramente un bel sentire.

“U.R Free”, il groove di “Backi’n The Daze”, l’acida “Magic Surfer Magazine” o il manifesto “Astrological Blues/Southern California Girl” confermano quanto scritto ed alzano il valore di un ritorno assolutamente da non perdere.