Il maestoso ritorno, dopo oltre 16 anni, di una delle più grandi ed originali band di hard rock prog di sempre. E potremmo chiudere qui la nostra analisi. Ma dietro e dentro “Shells” c’è tanto da raccontare.

Innanzitutto partiamo da un assunto: i tedeschi Everon sono una delle più grandi (prog) rock band degli ultimi trenta anni, e il loro leader Oliver Phillips ne è la mente pensante, colui che ha saputo portare dare un’identità precisa allo stile del gruppo. Stile che si muove tra prog rock, metal, pomp rock, con riferimenti nobili come Kansas, i Dream Theater più melodici, Elegy e la scuola pomp metal di Enchant, Threshold e Neal Morse.

“Shells”, ottavo album di un percorso impeccabile, arriva a distanza da tredici anni dal precedente, ma riprende esattamente dall’istante in cui “North” si chiudeva, ovvero fiumi di melodia, anche nelle parti più tecniche, un utilizzo nobile dei cori, parti cantante mai forzate ed una ricerca melodica che non ha eguali, per varietà di soluzioni e resa sonora. Se è vero che il logo è nuovo, l’immagine la copertina è opera dell’illustratore Gregory Bridges, che ha lavorato con il gruppo in quasi tutti i dischi, che si presenta con la formazione storica, motivo che spiega l’assoluta attinenza con il passato.

Oliver si era fermato perché deluso da un mercato discografico incapace di fornire anche solo il minimo sostegno all’arte, deluso da l’impossibilità di allestire un tour, se non con il rischio di drastiche perdite economiche, stanco di un pubblico sempre meno curioso e desideroso di premiare solo i nomi storici. Ma alla fine l’arte ha vinto e la creatività e queste nuove canzoni hanno preso forma ed ora sono qui con noi.

A chi conosce la band posso solo dire: aspettatevi i soliti imponenti Everon, melodie alimentata e sovrastate da cascate di tastiere, con parti di chitarra solista straordinarie che guidano le melodie. Non serve fare la filastrocca dei titoli, l’album propone dodici pezzi che non presentano pause di ispirazione, con una citazione necessaria per “Pinocchio’s Nose” impreziosita dal canto della talentuosa canadese Leah, il breve strumentale “OCD”, tanto semplice quanto stupendo, “Travels” sorta di poesia che chiama in causa i Kansas anni ’80, la title track costruita su un crescendo meraviglioso, per non dire del capolavoro “Grace”, potente e pomposa ballata, cucita dalla ritmica, con un assolo di chitarra stupendo. Ed è questo il pezzo dove la voce di Helena Iren Michaelsen (Angel, Trail Of Tears…), presente anche in altri quattro brani, offre il suo contributo più significativo, creando con Oliver un tappeto emotivo che porta alla commozione.

Per creare un’ulteriore connessione con la loro storia, gli Everon chiudono il disco con i quindici minuti di ‘Flesh’ dal titolo di un loro album del 2002, un’imponente suite di quindici minuti strutturata su più livelli, dalla ballata medioevale, al prog epic metal all’hard rock melodico, in una giostra di passaggi e stacchi mai forzati, con incastri perfetti, che Oliver interpreta con una vocalità immutata negli anni.

Per quanto mi riguarda l’album più importante e bello pubblicato negli ultimi sei mesi. Niente di meno!

PS. Alcuni pezzi vedono alla batteria l’americano Jason Gianni (Neal Morse Band), chiamato a completare l’album dopo la scomparsa, qualche mese fa, dello storico componente Christian “Moschus” Moos, a cui è dedicato “Shells”.

Bass: Schymy

Drums, Percussion: Christian “Moschus” Moos (and Jason Gianni)

Guitar: Ulli Hoever

Vocals, Keyboards, Guitar, Music, Lyrics, Produced: Oliver Phillips

Mixed By, Mastered By Tom Müller