Annunciato e posticipato di oltre un mese, da fine novembre è disponibile il quattordicesimo album degli Opeth, una di quelle band che ha saputo cambiare pelle negli anni, senza per questo tradire i propri ideali.
É innegabile che da oltre una decina di anni la band svedese ha sposato un approccio progressivo, in una chiave cupa e drammatica, dove il metal ha sempre trovato la sua collocazione. Tra i solchi di queste tracce, un vero e proprio viaggio unico che possiamo definire un concept, intitolate in successione da 1 a 7 solo con il simbolo §, ad esclusione del capitolo finale ‘A Story Never Told’, è proprio la componente metal, tra riff cupi e ritmiche potenti, che riconquista spazio rispetto al recente passato, con il cantato gutturale del leader e chitarrista Mikael Åkerfeldt che torna a farsi sentire, alternato a parti limpide. Per molti fan il pomo della discordia è stato proprio l’abbandono del growl a pieno regime, mossa che ha tuttavia portato nuovi e forse impensabili appassionati.
In questa altalena di emozioni, dove pur non in primo piano hanno un certo peso specifico anche organo, tastiere ed archi, il brano più suggestivo è, a mio avviso, il secondo episodio contrassegnato come ‘§2’, mutevole e variabile, che mette in scena tutta la sensibilità del leader, che lascia spazio anche al parlato di Ian Anderson dei Jethro Tull e ai cori di Joey Tempest (Europe), presenti anche in altri pezzi e anche il terzo capitolo, sorta di Rush in chiave dark metal e la citata canzone finale, che suona tenebrosa, quasi una cantilena a mo’ di colonna sonora.
Ma a ben vedere è l’intera storia; ambientata alla fine della Grande Guerra, a sedurre, dove il testamento di un ricco patriarca testamento porta alla luce inquietanti segreti; che ha saputo generare un disco ispirato, che forse non porterà nuovi fan alla band, ma certamente saprà soddisfare chi vede negli Opeth, uno dei punti di riferimento del metal a tinte dark e prog di questo millennio.
