Lasciamo ad altri la lista dei guai giudiziari che hanno travolto Brian Warner in arte Marilyn Manson negli ultimi anni e concentriamoci per qualche riga sulla musica che il reverendo ha scritto per questo nuovo lavoro.
Checché ne dicano i detrattori, l’artista si può certamente considerare l’ultima vera rockstar apparsa nell’universo rock negli ultimi tre decenni e se vi è capitato di assistere ad un suo concerto nel periodo di maggior successo sapete di cosa parlo.
Dopo quello che, per chi scrive, rimane il suo capolavoro (Holy Wood “In The Shadow Of The Valley Of Death), uscito proprio quando sul mondo del rock si affacciava il nuovo millennio, la sua stella più buia cominciava ad accusare un lento declino, più in termini di popolarità che per la qualità di una discografia che nel corso degli anni ha alternato buoni album e qualche battuta d’arresto.
Anche se ovviamente i fasti dei blockbuster “Antichrist Superstar” (1996) e “Mechanical Animals” (1998) sono in archivio da tempo il, precedente “We Are Caos” aveva fatto drizzare le antenne a molti appassionati per un approccio dark/goth da autore, grazie a passaggi al limite del folk incastrati tra le solite sfuriate industrial metal.
Il nuovo album per certi versi percorre quella strada, anche se oggi Marilyn Manson sembra meno arrabbiato e più disilluso, un artista che prima di ricominciare del tutto si mette con le spalle al muro difendendo musicalmente il suo credo.
Il suo nuovo inizio si chiama Nuclear Blast, label che accoglie il reverendo sotto la sua ala, visto che l’America ipocrita del music biz non fa sconti, e licenzia la prima parte di “One Assassination Under God – Chapter 1”, un album che risulta musicalmente (questo sì) una sorta di summa di tutto quanto prodotto in passato.
Si passa in quindi in rassegna la prima parte della discografia del nostro, almeno fino a “Holy Wood”, omettendo il resto ed arrivando a testa alta al bellissimo precedente lavoro.
Sparite le diavolerie e gli effetti vocali usati in passato, Manson canta come non ha mai fatto e soprattutto emoziona, il più bel complimento che si possa fare ad un artista di questo spessore.
La title track apre nel migliore dei modi l’album e fino alla ballata da brividi “Sacrifice Of The Mass”, posta in chiusura. Ma non c’è un solo brano che fa scemare la tensione e non resta quindi che attendere la seconda parte di “One Assassination Under God” godendo del un ritorno sugli scudi del reverendo più chiacchierato della storia del rock.
