Che lo storico decennio a cavallo tra metà anni sessanta e settanta sia per il rock di importanza assoluta non è una novità, almeno se vi fermate a scambiare due parole con il sottoscritto.
Dieci anni che hanno rivoluzionato totalmente il modo di creare e fare musica rock, facendo amoreggiare generi diversi che hanno dato la luce a ibridi pentagrammatici di una genialità unica.
Vero è che ancora oggi nascono band in ogni parte del mondo che provano a far rivivere negli ascoltatori quell’assoluta libertà di espressione che solo gli anni novanta, con il crossover e l’alternative hanno saputo avvicinarsi a così tanta voglia di inventare e sperimentare.
I Magick Potion, una di queste realtà, giungono al primo full length dopo un ep licenziato solo in digitale tre anni fa (Early Works).
La band di Baltimora formata da Dresden Boulden (chitarra e voce), Triston Grove (basso) e Jason Kedall alle pelli esordisce sulla lunga distanza con una quarantina di minuti scarsi di rock duro dove vivono in simbiosi più o meno perfetta virus letali di doom, rock blues e psichedelia.
Fossimo nel 1968, “Magick Potion” sarebbe considerato un manifesto di proto metal, ma ovviamente le varie tracce (“Empress” e “Never Change” sono da considerarsi due perle) nate invece nel secondo decennio del nuovo millennio alimentano la scena retro rock con un buon piglio e non poca varietà di stili (“Pagan” è un folk rock psichedelico che sembra uscito dalla penna di un giovane e mistico Jimmy Page).
I Black Sabbath e i Blue Cheer sono i principali ispiratori di molti passaggi che troverete su questo lavoro, ma è il periodo in toto che esce prepotentemente dalle note del disco, con una menzione alla lisergica “Wild Perfumes” piccolo gioiellino oriental doom, dategli un ascolto!
