Mi riconosco la dote di essere musicalmente curioso, magari alcune volte in modo confuso e pasticcione, ma certamente cerco di capire cosa succede sia nell’underground che nel mondo delle classifiche.

Ecco perché quando gli irlandesi Fontaines D.C. sono diventati, sin dal disco di debutto “Dogrel” del 2019, la band più chiacchierata del momento, con tanto di candidature a premi vari, mi ci sono avvicinato con buone aspettative.

Risultato? Dubbi. Mi aspettavo quello che poi ho sentito, una specie di post punk con echi di shoegaze, ma non è scattata la scintilla. La cosa è rimasta statica anche con il successivo “A Hero’s Deah” poi, nel 2022 con il terzo “Skyntia Fia” – era il mio ultimo appello poi avrei scritto la parola “addio” – è successo qualcosa di imprevisto. Non era cambiato niente, era sempre il solito suono britannico, riconoscibile dopo tre note, ma… mi sono innamorato. Meno spigoli rispetto al passato, soluzioni meno arricciate nella scrittura e la voce isterica di Grian Chatten, si concedeva qualche melodia, chiamiamola… normale. Quindi ho aspettato questo nuovo album, descritto dalla stampa come “Ispirato dai manga giapponesi e dal cinema italiano” (?), con una buona dose di eccitazione.

Ora posso dire che con questo “Romance”, prodotto da James Ford (uno che la scena rock moderna la conosce bene, visto che la vorato con tutti, compreso vecchi leoni delle classifiche) la transazione genetica si è chiusa e i Fontaines D.C. (le due lettere stanno per Dublin City, per distinguersi da una band omonima di Los Angeles) si dichiarano al mondo intero come una band pop rock. Certo è un pop aspro, pieno di momenti scontrosi, ma i brani funzionano e la voce di Grian ci regala melodie inattese, che colorano piccole gemme di un rock moderno, screziato di post punk e new wave. Tutto come i dischi precedente, ma l’insieme è più orecchiabile e gradevole. Insomma il grande salto in avanti è apparecchiato.

Entrando nel dettaglio: il bellissimo singolo “Starbuster” e la dolcezza radiofonica di “Favourite”, possiamo definirli commerciali? “Here’s The Thing”, “Desire”, “In The Modern World” camminano sulla corsia del mainstream? “Bug” è un furto agli Smiths? Il giro armonico di “Death Kink” quanto è ruffiano? I coretti iniziali di “Motorcycle Boy” sono uno scherzo o è roba geniale? “Sundowner” gioca a imitare i My Bloody Valentine? E la voce sussurrata in “Horseness Is The Whatness” che duella con il basso in un innaturale omaggio solare ai Joy Division che roba è?

Tuttavia continuare così non ha senso, perché “Romance” è semplicemente un disco bello, molto bello, che dimostra che il rock, un certo tipo di rock va avanti senza il nostro consenso e si incunea in un pubblico più giovane, ma se tra i vecchi ascoltatori brontoloni, c’è ancora qualcuno che accanto alle chitarre sparate, cerca un buon motivo per restare aggiornato, questo è il disco giusto.

Abbiate coraggio!